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Mou, il leader che ha riacceso ogni cuore

Mou in lacrime, si scioglie anche lo Special
di Alessandro Catapano
4 Minuti di Lettura
Giovedì 26 Maggio 2022, 01:29 - Ultimo aggiornamento: 27 Maggio, 17:18

C'era adrenalina nell'aria, ieri, per le strade di Roma. E come nella canzone di De Gregori, tutto si arroventava col passare delle ore. I sampietrini del centro, i palazzoni delle sconfinate periferie, i seggiolini dell'Olimpico, gli animi di tutti i romanisti. e di chi è partito, per un viaggio della speranza. «S'era partiti pè n'impresa, de quelle da racconta' davanti ar focolare...», recitava la poesia di Valerio Mastandrea all'indomani del 7-1 subito a Manchester, la notte più buia (ne sarebbero arrivate altre, ma quella resta l'onta per eccellenza). La gente romanista ieri aveva un appuntamento con la storia, la propria, per farci i conti, una volta per tutte. Ci è arrivata con una strana inusuale fiducia, più forte della caratteristica scaramanzia, fiduciosa - appunto - che nella notte di Tirana i sogni, per una volta, si realizzassero nella forma tanto agognata di una Coppa, e non si perdessero nella solita dolorosissima struggente valle di lacrime. C'era fiducia, perché ci si sentiva protetti, ovviamente dall'ombrello di Mourinho, più ampio e rassicurante perfino di quello della Nato in cui preferiva trovare riparo anche il Pci di Enrico Berlinguer, di cui ieri ricorreva il centenario.

Non era passato un secolo, ma 31 anni dall'ultima volta che la Roma aveva disputato una finale europea, e 61, sì sessantuno, dall'ultima, anzi dall'unica vittoria, ma era la pionieristica Coppa delle Fiere, nulla a che vedere nemmeno con questa Conference League, tanto sbeffeggiata eppure, come ricordava capitan Pellegrini alla vigilia, «meglio giocarsela sul campo che guardarla dal divano». Al resto d'Italia, per il secondo anno consecutivo, è toccato il divano, spettatori delle imprese giallorosse, le più illustri d'Italia (e la cosa, più che inorgoglire i romanisti, dovrebbe far riflettere una volta di più sullo stato di salute del calcio italiano, ma questa è un'altra storia). Che il nostro pallone possa ripartire da questa serata, è tutto da dimostrare. Che l'Italia abbia dovuto attendere il ritorno di Mourinho per rivincere una coppa europea, dodici anni dopo la Champions interista, dice molto dell' integrità professionale del tecnico portoghese ma, anche, della dimensione del nostro calcio, ormai più a suo agio nelle ristrettezze dello stadio di Tirana che nelle larghezze del Bernabeu, dove i nerazzurri sconfissero il Bayern nel 2010.

Che la storia della Roma da oggi possa diventare un racconto di successi, è auspicabile per la Capitale e per il Paese, ma in realtà era già accaduto prima che la squadra scendesse in campo. E non ieri, ma giorni e mesi fa. L'intuizione vincente di Mourinho è stata comprendere al volo come ravvivare un amore via via immalinconito dai distacchi di Totti e De Rossi. Serviva una guida, un totem, un nuovo capostipite che riaccendesse l'antico fuoco: chi meglio di lui? La Roma ha vinto. Ma ben prima di ieri sera. È accaduto tutte le volte che in questa straordinaria stagione l'Olimpico ha registrato il tutto esaurito, l'ultima ieri sera, in cinquantamila per vedere un prato verde e un maxischermo, per condividere un sentimento, un senso di appartenenza, prima che una gioia. Non è il risultato del campo che può modificare questo moto dell'anima. Non è la vittoria che rinnova l'amore. Ma è bello, finalmente, sentire che il mondo stia dalla tua parte. Todo cambia, cantava Mercedes Sosa. Anche per i romanisti.

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