Muhammad Ali: il campione di tutti, il campione dei campioni

Sabato 4 Giugno 2016 di Piero Mei

«God came for his champion», Dio s’è preso il suo campione, è il tweet di Mike Tyson: ma Muhammad Alì era il campione di tutti, d’ogni Dio e d’ogni uomo. Era il campione dei campioni: sia che saltellasse sul ring, ballando come una farfalla e pungendo come un’ape, come diceva, sia che colpisse con il pugno o con il labbro. Sia che rincorresse Wilma Rudolph, la gazzella nera, per le strade del Villaggio Olimpico di Roma ’60, sia che gettasse nel fiume Ohio, il fiume della sua Louisville, la medaglia d’oro di quell’Olimpiade per protestare contro il ristorante che non l’aveva fatto entrare, «white people only», sia che fosse poi ospite d’onore sempre in quella città, al Kentucky Derby.

Sia che fosse Cassius Clay com’era nato, sia che fosse Muhammad Alì come si chiamò poi. Che combattesse al Madison square Garden o nella jungla di Kinshasa (Alì bumayè, urlava la folla: uccidilo) durante il “rumble in the jungle” in cui colpì Foreman, o che non combattesse proprio, come quando rifiutò la sporca guerra del Vietnam e fu accusato di diserzione e dovette lasciare gli Stati Uniti e la boxe.

Che fosse la roccia che era da pugile o la tremante icona che in una sera di Atlanta ’96, tremando, non riusciva ad accendere il braciere olimpico. Ma ci riuscì, come riuscì ad accendere ogni fiaccola nel cuore degli amanti della boxe, dello sport, della pace, della vita: sempre. Del resto una sua biografia s’intitola “il più grande di sempre”. Lo è stato: tra le corde e per le strade del mondo.

 

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