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Roma, riaffiorano i "tappeti" imperiali tra marmi e mosaici. E Ostia svela i primi simboli cristiani

Roma, riaffiorano i "tappeti" imperiali tra marmi e mosaici. E Ostia svela i primi simboli cristiani
di Laura Larcan
5 Minuti di Lettura
Sabato 28 Novembre 2020, 11:23

Riaffiorati dopo decenni di oblio. Seppelliti sotto strati di materiali misti a terra, quasi a far dimenticare del tutto la percezione della loro bellezza. Sono alcuni pavimenti imperiali che stanno ritornando alla luce nei parchi archeologici del Colosseo e di Ostia Antica. Fervono i lavori in queste ore, con le squadre di restauratori, archeologi e architetti nell’impresa delicata di “riscoprire” preziose lastre di marmi verdi e rossi, così come vaste porzioni di mosaici figurati. Al Foro Romano, l’équipe della direttrice Alfonsina Russo sta riportando a vista dopo oltre 35 anni la gigantesca pavimentazione in “opus sectile” risalente all’età di Giustiniano della Basilica Emilia.

 

Un tappeto di tarsie marmoree praticamente sconosciuto, che echeggia la sontuosa raffinatezza dei monumenti di Costantinopoli. In contemporanea nell’ antica città portuale di Roma lo staff del direttore Alessandro D’Alessio non solo ha riscoperto dopo oltre 25 anni il vasto mosaico del Faro di Roma, svelandone motivi decorativi inediti, ma ha riportato a vista anche i mosaici delle Terme di Nettuno dove sono stati identificati i primi simboli cristiani di Ostia. Se i parchi archeologici di Roma restano chiusi per le misure anti-Covid, il lavoro all’interno non si ferma.

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Al Foro Romano le immagini sono spettacolari. «Questa pavimentazione risale ai restauri post-incendio di Roma scatenato dal Sacco di Alarico e dei Visigoti nel 410 e può risalire alla prima metà del VI secolo d.C.», racconta l’archeologa Federica Rinaldi che coordina il lavoro con il restauratore Alessandro Lugari. «È una pavimentazione in marmo a disegno geometrico che agli inizi del ‘900 ha avuto uno straordinario intervento di restauro da parte di Giacomo Boni», precisa la Rinaldi. Negli anni ‘70 del secolo scorso, il pavimento fu ricoperto dal “tessuto non tessuto” e strati di terra.

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«A distanza di decenni abbiamo voluto riaprirlo per verificarne le condizioni di conservazione e consolidarlo», aggiunge l’archeologa. Un lavoro complesso che rientra nel nuovo sistema hi-tech della “Carta del Rischio delle superfici pavimentali musive e marmoree” inaugurato dal parco del Colosseo, che digitalizza in una piattaforma integrata i dati di ciascun monumento per monitorarne lo stato di conservazione. «Per il futuro vorremmo prevedere una copertura stagionale almeno da ottobre a maggio e con la stagione calda mantenerlo a vista», annuncia Federica Rinaldi. La bellezza del pavimento sta tutta in quelle tarsie marmoree di sfumature cromatiche che disegnano coreografie geometriche. Un reticolato di cerchi che si intersecano a quadrati e ottagoni.

Nel parco archeologico di Ostia Antica i cantieri di restauro stanno regalando fior di sorprese. Le prime suggestioni le hanno riservate le Terme del Faro, risalenti alla prima metà del II secolo, nel cuore della Regio IV, in prossimità delle mura e di Porta Laurentina. Un tesoro che il direttore Alessandro D’Alessio ha voluto inserire nel vasto programma di restauro messo in campo in queste settimane di chiusura. Sorprese da offrire alla riapertura («la speranza è dopo il 4 dicembre», dice). Il mosaico del Faro rivestiva l’ampia sala che affacciava sul frigidarium (sala per bagni freddi).

«Il mosaico in tessere bianche e nere - raccontano Claudia Tempesta e Antonella Docci - reinterpreta in chiave fantastica i motivi marini, accostando le immagini di pesci realmente esistenti a creature fantastiche come leonesse, tori e arieti marini in un paesaggio caratterizzato dalla presenza di onde a suggerire il movimento del mare». La vera star è il Faro a cinque piani sormontato da una fiamma. «Richiama l’elemento iconico per eccellenza che incarnava la vocazione portuale di Ostia e Portus». L’altra sorpresa la riservano le Terme di Nettuno, tra le più grandi terme pubbliche della città, sontuosamente ricostruite dall’imperatore Adriano e inaugurate da Antonino Pio nel 139 d.C.

«Qui si è tornati a riscoprire dopo molti anni il mosaico dei Simboli - racconta Cinzia Morelli - del tutto particolare, Sul fondo bianco spiccano alcuni simboli del culto cristiano. Il grappolo d’uva, la fenice, il ramo di palma. Sembrano “gettati” casualmente sul tappeto bianco. Alcuni studiosi hanno interpretato questa sorta di “ritrosia” da parte del mosaicista come un segno dei tempi: tra il III e il IV secolo d.C. il Cristianesimo era appena riconosciuto». «Lo straordinario valore dell’immenso repertorio musivo di Ostia è del resto ben noto in ambito scientifico - commenta il direttore Alessandro D’Alessio - ma è finalmente giunto il momento di cominciare a comunicarlo e a promuoverlo presso il grande pubblico in una maniera più adeguata di quanto non si sia fatto in passato».

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