Roma, sotto la Basilica di Massenzio riaffiora il laboratorio di Galeno dove "creava" la medicina

Giovedì 7 Novembre 2019 di Laura Larcan
foto di FRANCESCO TOIATI

Un antico manoscritto ritrovato in un convento della Grecia, le memorie sconosciute di Galeno, gli indizi lasciati dal famoso medico degli imperatori sul suo leggendario laboratorio scientifico aperto a Roma, e l’intuito di avviare uno scavo in profondità che ha riportato alla luce pagine inedite della storia romana. Una trama quasi da best seller quella che fa da sfondo all’impresa archeologica che si sta scrivendo nel cuore del Foro Romano, al di sotto del piano di calpestio della basilica di Massenzio, a quasi tre metri di profondità dalla via Sacra, che ha indagato il luogo esatto dove Galeno studiava, creava i suoi preparati farmaceutici, conservava i propri libri, esercitava il mestiere.
 

 

È qui che l’équipe della Sapienza diretta da Domenico Palombi ha condotto un vasto scavo nel complesso degli horrea piperatica, i monumentali magazzini voluti dall’imperatore Domiziano in cui venivano conservate le preziose spezie. Un lavoro impegnativo, condotto sotto la supervisione del parco archeologico del Colosseo (oggi sarà presentato in occasione della giornata di studio I Grandi Scavi della Sapienza organizzata da Giorgio Piras) che su impulso del direttore Alfonsina Russo sarà al centro di un piano di valorizzazione.

«Lo scavo ci ha consentito di fare chiarezza sulla storia dei magazzini delle spezie presso cui Galeno aprì la propria bottega nella metà del II secolo d.C. - dice Russo - Strutture, queste, che vennero obliterate ma non distrutte per la costruzione della basilica di Massenzio, e che hanno rivelato diverse fasi costruttive che vanno indietro nel tempo, a ritroso da Settimio Severo a Adriano, arrivando persino a Nerone e alla fase Giulio-Claudia». Galeno è stato un po’ il nume tutelare dell’indagine che è andata anche oltre. Le fonti “decantavano” già gli horrea piperataria sotto la basilica di Massenzio.
 


«Le spezie rappresentavano una ricchezza cui l’imperatore teneva in particolar modo, non a caso i magazzini li fa erigere vicino al palazzo - spiega Palombi - Alcune province dell’impero pagavano le tasse con beni di prestigio: le spezie e i papiro ne erano un esempio. La prima scelta spettava all’imperatore: per la corte e per l’esercito, il resto veniva commercializzato con prezzi stabilito dall’imperatore». Fino ad un colpo di scena per gli studiosi, la scoperta in Grecia, in un monastero di Salonicco, di un manoscritto rinascimentale che racchiude alcune opere di Galeno: una era sconosciuta.

«Si tratta di un testo impostato come Consolatio in cui Galeno scrive in forma di auto-consolazione: il suo riferimento autobiografico è all’incendio del 192 quando, durante il regno di Commodo, le fiamme distrussero anche quartiere degli horrea e tutte le sue cose più preziose». Il riferimento preciso è ai suoi amati libri, ai suoi strumenti da medico, alle sue erbe e ai suoi preparati farmaceutici, a tutto il suo lavoro, ma anche ad oggetti preziosi. «Inoltre Galeno dice di aver scelto gli horrea perché sono il luogo più sicuro di Roma: la struttura è ignifuga perché costruita con poco legno, e controllata giorno e notte dalla guardia imperiale perché vicina agli archivi dei procuratori imperiali».

Perché questa affezione di Galeno ai magazzini delle spezie? «Gli horrea piperataria erano molto frequentati dai medici che utilizzano le spezie per preparazioni farmaceutiche - spiega Palombi - Galeno era il medico di corte, legato a Marco Aurelio e a Commodo, è quello che salva la famiglia reale dalla grande peste che a ondate per un trentennio, tra il 160 e il 190, aveva devastato la popolazione». Il sito così indagato è diventato per gli archeologi un libro di storia romana.

Oggi si attraversano le murature possenti della basilica di Massenzio e si entra nei magazzini: «Siamo di fronte ad un palinsesto che ci ha restituito una successione di fasi inaspettate - riflette Alessandro D’Alessio, archeologo responsabile - Gli horrea si sviluppano probabilmente su più livelli: ce lo indicano i sistemi di scale e le pavimentazioni in opus spicatum. Spicca oggi una vasca centrale rivestita di blocchi di travertino e un cortile, un tempo a cielo aperto, sul cui perimetro si affacciavano le botteghe».

Ed è al di sotto di un pavimento (rimosso per essere restaurato) che sono emerse a tre metri di profondità le strutture più suggestive. «Abbiamo trovato - annuncia D’Alessio - un gigantesco dado di opera cementizia che risale all’età neroniana, post incendio del 64 d.C. È una porzione della Domus Aurea: qui Nerone stava progettando qualcosa di ancora più imponente: è una struttura di una potenza tale che fanno immaginare uno sviluppo in verticale inedito».

E ancora sotto, è spuntato un pavimento con un sistema di absidi e nicchie in laterizi. Si tratta di monumentali strutture di contenimento della Velia, il colle tra il Palatino e l’Esquilino che poi sarà demolito con l’apertura dei Fori Imperiali. Forse un ninfeo? Forse risalente ad Augusto o a Tiberio. Tutto questo sarà fruibile entro il 2020 con un sofisticato progetto di allestimento museale di passerelle-ballatoi e installazioni multimediali cui stanno lavorando Cristina Collettini e Stefano Borghini

Ultimo aggiornamento: 19:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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