Roma, la Gerusalemme liberata (dallo smog): ecco il dipinto segreto del Colosseo

Sabato 24 Ottobre 2020 di Laura Larcan

Anche il Colosseo ha la sua Gerusalemme “liberata”. Liberata da strati di polveri, da patine di depositi e concrezioni, dal logorio micidiale dello smog. Un dipinto murale che si estende per quindici metri quadrati e che ora, dopo un complesso restauro, brilla a oltre sette metri d’altezza sotto le colossali volte dell’ambulacro al piano terra dell’Anfiteatro Flavio. Sta lì da oltre quattro secoli, sfoggiando una mappa ideale della città di Gerusalemme all’epoca di Cristo, eppure è passato inosservato, nascosto sotto la patina del tempo ingannatore che ne ha oscurato cromie e suggestioni grafiche. D’altronde, troppo forte è l’attrazione che sfodera l’arena del Colosseo per i flussi turistici.

Colosseo, la Gerusalemme liberata (dallo smog): ecco il dipinto segreto

Eppure il grande dipinto della Gerusalemme è poco distante, incastonato sull’arco della cosiddetta Porta Triumphalis del Colosseo, rivolta al Foro Romano. Tanto famoso quanto sconosciuto, questo Colosseo che riesce ancora a regalare sorprese. Fino ad ora quest’opera, che affonda le radici nel XVI secolo, era nota soprattutto agli esperti. Ma da oggi il pubblico può finalmente scoprirla, grazie all’intervento conservativo voluto dalla direttrice del parco archeologico Alfonsina Russo e condotto dall’équipe guidata dall’archeologa Federica Rinaldi, con la restauratrice Angelica Pujia e lo storico dell’arte Paolo Castellani. Il restauro ne ha risanato i colori, i contorni delle figure, gli effetti di ombreggiature, l’articolazione del disegno.

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I lavori hanno permesso di riscriverne la storia e l’identità. «La prima novità riguarda la tecnica di esecuzione: non è un affresco come si sosteneva, bensì una tecnica a tempera - racconta Angelica Pujia - è proprio questo uno dei motivi del rapido degrado che ha subito il dipinto, accelerato anche dai depositi carboniosi legati al traffico veicolare e allo smog». A riemergere ora potenti sono i colori delle terre: il rosso, le sfumature di ocra e di bruno. «Dettagli che ci schiudono nuovi scenari sulle botteghe dell’epoca, che lavoravano con queste metodologie», dice Pujia. L’intervento ha dato risultati inaspettati: «Abbiamo recuperato una parte della decorazione del disegno che ritenevamo perduta - aggiunge Pujia - Si tratta di una porzione orientale della città di Gerusalemme».

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E cambia la datazione. Fino ad oggi veniva indicato il 1675, anno del Giubileo di papa Clemente X. «La visione ravvicinata dell’opera e il restauro hanno fatto emergere particolari che ci portano a circoscrivere il periodo all’inizio del XVII secolo, probabilmente al 1601 - annuncia Paolo Castellani - La stampa di Antonio Tempesta del 1601, conservata all’Albertina di Vienna, con la veduta ideale di Gerusalemme, sembra ora il diretto e più stretto modello. Lo evidenziano, per esempio il modo di raffigurare i guerrieri dell’esercito di Davide o il modo di impostare la scena del Calvario di Gesù».

Che sia proprio Antonio Tempesta, l’autore? «Stiamo studiando - precisa Castellani - quello che sembra sicuro è che l’opera è stata concepita all’inizio del ‘600 in un clima culturale a Roma legato alla diffusione di cicli pittorici sul tema dei martiri, come quelli che lo stesso Tempesta ha eseguito a Santo Stefano Rotondo al Celio». D’altronde, come ricorda Angelica Pujia, «siamo in una fase storica in cui il Colosseo viene utilizzato come monumento simbolo della cristianità». «L’opera ci ricorda le molte vite del Colosseo, ben oltre quella dei gladiatori», commenta Alfonsina Russo. Alla luce di questi risultati, una ipotesi che stanno rivalutando gli studiosi è che esistesse una pittura pendant sul lato orientale (verso San Giovanni) dedicato alla raffigurazione simbolica di Roma.

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