Italiano superstar: è la quarta lingua più studiata nel mondo

Martedì 23 Ottobre 2018 di Andrea Velardi
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Italiano superstar: è la quarta lingua più studiata nel mondo
«La fortuna di un popolo dipende dallo stato della sua grammatica. Non esiste grande nazione senza proprietà di linguaggio». La fondamentale intuizione del grande Fernando Pessoa si è sempre ritorta contro il destino non fortunato dell’italiano, poco diffuso all’estero e molto trascurato in patria, al 21esimo posto tra le lingue più parlate nel mondo, ma la III edizione degli Stati Generali della lingua italiana nel mondo, dedicata a «L’italiano nella rete, le reti per l’italiano», tenutasi a Villa Madama in Roma, sembra offrire motivi di ottimismo, e perfino di entusiasmo, davanti al dato fornito dal ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero Milanesi, per cui l’ italiano è oggi «la quarta lingua più studiata nel mondo». Una ventata di entusiasmo pervade così la giornata di riflessione organizzata dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale in collaborazione con l’Accadema della Crusca, la Società Dante Alighieri, la Confederazione Elvetica e il Ministero per i Beni e le Attività Culturali Il direttore generale per il Sistema Paese della Farnesina, Vincenzo De Luca, sottolinea lo sforzo della mappatura dell’insegnamento dell’italiano nel mondo che per l’anno accademico 2016/17 ha raggiunto 2.145.093 studenti in 115 paesi tramite gli Istituti Italiani di Cultura.
 
Forte dei risultati, il Capo della Farnesina Moavero Milanesi, richiama la forza della lingua in quanto luogo di «identificazione identitaria» e trova la chiave di volta efficace del rilancio ricordando «l’attuale espansione geografica in zone strategiche del mondo, dovuta anche alla capacità di influenza culturale dell’italiano, con un aumento del 22% nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, del 14% nell’Africa Sub-sahariana». Ribadisce l’impegno per trovare nuovi fondi per «per rilanciare la rete delle scuole italiane all’estero» e rispondere alla domanda di italiano proveniente dai Paesi in cui sono presenti «le nostre storiche comunità e le terze e quarte generazioni di italiani», progetto molto apprezzato dal sottosegretario del Miur Salvatore Giuliano che ricorda gli «oltre 5 milioni di italiani residenti all’estero e milioni di oriundi, figli della nostra emigrazione».
 
Proprio quella tradizione secolare che fa tenere all’Australia saldamente il primo posto nella classifica degli studenti dell’italiano nel mondo che ammontano oggi a 2.145.093 studenti, con aumento del 3,85%, un balzo vistoso in Egitto, con 121.909 unità rispetto alle 79.149 di due anni fa, aumenti significativi in Francia, Germania, Stati Uniti, Uruguay. La vistosa contrazione di circa 11 mila unità nelle tabelle di Regno Unito ( -28,08%) e Giappone (-36,28%), è un dato depistante perché l’affinamento della rilevazione ha permesso di verificare gli studenti effettivamente frequentanti anziché quelli solamente stimati della precedente ricognizione. Si tratta quindi di dati non confrontabili in senso assoluto. La maggioranza degli studenti, oltre il 57%, si concentra nelle scuole pubbliche locali e, a fronte della flessione della frequenza negli Istituti Italiani di Cultura (-7,89% pari a 5.649 unità), della sostanziale invarianza di quella universitaria, si nota un aumento della frequenza in contesti di apprendimento diversi come associazioni private e Università della terza età (+23,02% pari a 51.983 studenti).
 
Il presidente dell’Accademia della Crusca, Claudio Marazzini, è entusiasta della «collaborazione col Ministero degli Esteri che, anche nei cambi di governo, non ha mai conosciuto calo, promuovere la lingua non è la sua missione precipua, anche se si occupa delle scuole all'estero, ma il Ministero ha saputo trasformare la promozione dell’italiano in uno strumento strategico. Con altri Ministeri abbiamo avuto polemiche in passato soprattutto col Ministero dell’Università a causa del PRIN fatto in inglese e del Sillabo per il linguaggio economico, ma al Ministero degli Esteri dobbiamo solo dire grazie». Fabio Rossi, Ordinario di Linguistica presso l’Università di Messina, sottolinea come questa promozione non può essere tacciata di sovranismo, perché non difendere l’identità culturale è al contrario provincialismo. «Tutti i paesi investono su questo aspetto– aggiunge Rossi. Andando all'estero la domanda che mi si pone di continuo è: come mai non sapete prescindere dagli anglicismi? Siamo noi per primi a non essere affezionati alla nostra lingua, sforzandoci di tradurre gli apporti stranieri e capendo che il multilinguismo passa anche per l'intercomprensione e non solo per la subalternità». Occorre aggiungere però che deve essere un’intercomprensione che va guidata per favorire anche un galateo linguistico per il rispetto dei parlanti non nativi all’interno dell’uditorio da parte di chi parla una lingua straniera. Ma certamente l'ossessione di occultare il nostro specifico in nome dell’esterofilia e del pudore del sovranismo è provincialismo.

Paolo Costa, docente di Comunicazione all’Università di Pavia racconta l’esperienza delle comunità di lettura che condividono in rete la lettura dei classici con un calendario prefissato. Si leggono «Le città invisibili» di italo Calvino e poi si commentano insieme. Un’esperienza che è stata implementata come applicazione ed è diventata metodologia didattica in varie università straniere come quella di Harvard (dove quest’anno si legge l’Orlando Furioso ed è familiare il nome di Italo Calvino a causa delle memorabili «Lezioni Americane»), Gand in Belgio, Toronto la City University di New York, l’Indiana University. Giampiero Finocchiaro, antropologo culturale, dirigente dell’ufficio scolastico del Consolato di Buenos Aires, che copre  2/3 dell’Argentina, chiede un caffè italiano durante il catering sospirando perché è tempo che non ne beve uno buono lontano dall’Italia. E discute su quanto sia importante che l’italiano non sia considerato  obiettivo di apprendimento, ma venga promosso strategicamente come  strumento di apprendimento per ambiti culturali appetibili come l’arte, la musica, la danza. L’ Italiano non serve molto, ma si impone come lingua che aiuta come formazione culturale. Ma Monsignor Rizzi, mostra come la nostra lingua sia quella ufficiale del Vaticano e dunque di tutta la Chiesa universale. I dicasteri del papa lavorano in lingua italiana mantengono lo specifico della lingua, preferendo per esempio, al posto di forfait la dizione di contratto globale. Privilegiano l'eleganza e l'armonia, evitando ricercatezza e prosopopea retorica, ottenendo  quella «distinzione nella semplicità, quella "nobilissima semplicitas" che caratterizza lo stile dell’italiano curiale. 
Non si dice fare un errore o fare un compito ma commettere e eseguire.


Il censimento disegna una stagione di sviluppo della diffusione e dell’interesse, incentivati dalla rete di «italicità» di cui ha estesamente parlato il Sottosegretario di Stato Guglielmo Picchi, focalizzando anche il tema fondamentale della Certificazione della Lingua Italiana di Qualità (CLIQ). Una lingua che affascina pure i cinesi anche se Federico Wen, Direttore del Dipartimento di Italianistica della Beijing Foreign Studies University, ricorda che «appena un mese fa il francese, il tedesco, lo spagnolo sono entrati come obbligatori nell’esame stato con dignità pari all’inglese, ma spero che anche l’italiano entri nella formazione ufficiale. Rimane scarsa la quantità di opere italiane tradotte nel XX secolo. L’italia è dietro la Russia, il Regno Unito, la Francia, la Germania». Wen è sicuro che in Cina presto l’italiano «diventerà di tendenza» e già 5 mila studenti, grazie ai programmi «Marco Polo» e «Turandot»,  vengono ogni anno in Italia che diventa per la prima volta una delle mete più importanti per la formazione. Dante è già famosissimo grazie all’ introduzione  di Friedrich Engels all’edizione italiana del Manifesto del Partito Comunista di Marx, dove viene definito «l’ultimo poeta medievale e il primo della modernità». I programmi cinesi sono rigidi, l’istruzione è severa, se non si passa un esame ne va del destino di una vita e quindi tutti conoscono la frase su Dante. E inoltre tutti quelli che vogliono essere riconosciuti come intellettuali «devono avere Italo Calvino e Umberto Eco negli scaffali della loro biblioteca».
 
Insomma occorrono ulteriori sforzi, nello spirito di Marco Polo e Matteo Ricci, per rilanciare una realtà che non è più stagnante ed evitare il pericoloso «disallineamento competitivo» segnalato da Lorenzo Tavazzi, Direttore di Scenari e Intelligence, un fenomeno per cui siamo il primo paese per citazioni nelle ricerche scientifiche, siamo una super-potenza culturale, ma nessuno lo sa e noi italiani non ne siamo consapevoli al fine di consolidare la nostra attrattiva economica a livello internazionale e venire «comprati» per quello che realmente meritiamo. Occorre una proposta di visione atta a ridare slancio al nostro reale peso e alla nostra influenza culturale, ritenuta di grandissima utilità a livello aziendale, una visione che fertilizzi trasversalmente tutti i domini. Occorre potenziare immagine e reputazione dell’Italia nel mondo. E rafforzare la voce «cultura» è il secondo strumento per compiere questo progetto dopo l’aumento della connettività internazionale. Insomma a dispetto di chi snobba il patrimonio umanistico come poco redditizio, gli Stati Generali della Lingua Italiana dimostrano che rafforzare la lingua e la cultura serve a rilanciare tutto il sistema paese.
 
 
 
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