La sentenza dell'Accademia della Crusca: «Presidenti di Regione, non governatori»

Martedì 14 Luglio 2020 di Alessandra Spinelli

«Le parole sono importanti» tuonava Michele Apicella, come sempre alter ego di  Nanni Moretti, questa volta in "Palombella rossa", contro una giornalista piena di neologismi senz'anima imprimendo l'assunto nella mente di tanti giovani alle prese, e per la prima volta,  con la crisi d'identità della sinistra. Ma per l'Accademia della Crusca è normale che il lessico sia importante anzi fondamentale: ogni parola ha un senso. Ed è politicamente interessante, soprattutto in quest'estate che si sta riscaldando anche  per le Regionali di settembre - l'annunciato  Election day del 20 settembre che porterà alle urne Veneto, Campania, Liguria, Toscana, Puglia, Marche e Val d'Aosta -  che il linguista Vittorio Coletti si sia pronunciato su un termine ben preciso. Sentenziando: «Le Regioni italiane non hanno governatori ma presidenti».

L'articolo è pubblicato sul sito internet della secolare istituzione fiorentina incaricata di custodire la lingua italiana, in risposta ad alcuni lettori che hanno chiesto se sia opportuno usare, come ormai è in voga da tempo, il termine governatore riferito ai presidenti delle regioni.  «Come il premier inglese non è previsto, né nel nome né nei poteri e ruoli, dalla nostra Costituzione, così i governatori non hanno posto nel nostro ordinamento - spiega Vittorio Coletti, professore di storia della lingua italiana dell'Università di Genova - In Italia, l'unico a potersi fregiare di questo titolo è, appunto, il governatore della Banca d'Italia, come ha ricordato Antonio Patuelli (presidente di Abi, ndr). Con questo nome designano il loro massimo dirigente anche altre banche nazionali e gli inglesi lo usano pure per membri di qualche consiglio di amministrazione». Forse per il fatto che le regioni hanno potere legislativo le accomuna a piccoli stati. «Basta dare un'occhiata a Wikipedia per controllare dove è in uso il corrispondente del nostro governatore e si fa presto a vedere che, in campo politico-istituzionale, questo titolo designa quasi sempre il capo di governo di uno stato inserito in una federazione, come negli Usa», osserva Coletti, che stigmatizza «l'improprietà istituzionale del nome frutto dell'americomania dei nostri media».

Ma c'è dell'altro, un'aspirazione politica istituzionale che non sfugge ai linguisti. Proprio perché le parole hanno un senso e questo senso è importante. A parere del professore Vittorio Coletti, autore con Francesco Sabatini del «Dizionario della lingua Italiana» (Rizzoli Larousse), è «vero che l'uso e l'abuso della parola in parte rispecchiano una realtà politica e istituzionale in evoluzione (dei presidenti di Regione verso il ruolo e i poteri del governatore americano, delle regioni verso una specie di stato) e il desiderio o l'ambizione non nascosti dei capi delle Giunte regionali, specie dopo che il sistema elettorale li ha fortemente messi in rilievo». Usando allora governatore, conclude l'Accademia della Crusca, si avalla «un (modesto) abuso istituzionale e favoriscono un evidente progetto politico. Chi non approva l'uno e non condivide l'altro, farebbe bene a starci attento a usare la parola, anche se temo che ormai sia tardi per far retrocedere certi presidenti di Regione dal rango superiore dei governatori a quello di semplici presidenti». 

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