Proietti, documentario di Edoardo Leo al cinema: «Il mio Gigi, un gigante al servizio di Roma»

“Luigi Proietti detto Gigi” sarà nelle sale dal 3 al 9 marzo

Edoardo Leo, dodumentario su Proietti al cinema: «Il mio Gigi, un gigante al servizio di Roma»
di Gloria Satta
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Lunedì 21 Febbraio 2022, 06:56 - Ultimo aggiornamento: 07:44

Un vulcano in scena, sia a 26 anni nel travolgente one-man-show A me gli occhi, please sia a 80 nel ruolo di inesauribile barzellettiere. Divulgatore del teatro colto attraverso il Globe Theatre, fondato per portare Shakespeare ai giovani, e insieme idolo pop di commedie di successo come Febbre da cavallo. Sperimentatore con Carmelo Bene, maestro di giovani attori, funambolo del palcoscenico, ottavo re di Roma: Gigi Proietti, scomparso il 2 novembre 2020 nel giorno dell'ottantesimo compleanno, rivive ora nel documentario di Edoardo Leo Luigi Proietti detto Gigi, in sala dal 3 al 9 marzo.

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Prodotto dai Lucisano con Paola Ferrari e lo stesso Leo, il film è una cavalcata emozionante nella carriera di Proietti raccontata dagli esordi al mito attraverso filmati, testimonianze, documenti inediti, le stesse parole dell'attore (c'è anche l'ultima intervista, rilasciata a Edoardo poco prima di morire) e ricordato da amici e colleghi come Renzo Arbore, Fiorello, Paola Cortellesi, Alessandro Gassman, Nicola Piovani, Marco Giallini, Loretta Goggi a cui si aggiungono le figlie Carlotta e Susanna e la sorella Anna Maria, stessa faccia e stesso umorismo del fratello. Leo, 49, attore e regista, romano come Gigi, racconta il suo viaggio nel mito Proietti, visto molto da vicino.
Quando ha iniziato questo viaggio, e perché?
«Nel 2018 decisi di girare un documentario su A me gli occhi, please, lo show che nel 1976 fu uno spartiacque per il teatro. Per due anni ho seguito Gigi nel lavoro, dietro le quinte dei suoi spettacoli, ho intervistato decine di persone per cercare di capire il segreto del suo talento».
E l'ha capito?
«Era la sua capacità di mischiare l'alto e il basso, la comicità e il dramma, le barzellette e le regie liriche: 20 anni fa, quando mise in scena il Don Giovanni di Mozart in piazza del Popolo, accorsero in 80 mila. Gigi ha fatto cultura con i fatti mentre gli altri ne parlavano».
Ha fatto in tempo a vedere il documentario?
«Solo 10 minuti, purtroppo. E mi disse vai avanti: aveva capito che volevo raccontarlo senza farne un santino. Poi, quand'è morto, ho chiesto alla famiglia il permesso di continuare. Non solo l'ho avuto, ma la moglie Sagitta e le figlie mi hanno dato il massimo aiuto».
Perché Sagitta non compare nel documentario?
«È stata una scelta sua, dopo aver vissuto tutta la vita nell'ombra».
Lei che legame aveva con Proietti?
«Non eravamo amici, ma avevamo lavorato insieme nella fiction Il Maresciallo Rocca e rappresentato in teatro Dramma della gelosia. Gigi mi stimava, anche come regista dei miei primi film. E a un certo punto mi ha dato una dritta fondamentale per la mia carriera».
Quale?
«Mi ha fatto scoprire che avevo un talento comico. Tu fai ride, fidati, mi disse. Fu una rivelazione».
Cos'altro ha imparato da lui?
«A lavorare con la massima accuratezza, Proietti non lasciava nulla al caso, e ad avere un rispetto maniacale per il pubblico. Premesso che un gigante come lui è inimitabile, penso mi abbia insegnato che la contaminazione dei generi è possibile. Se oggi sono protagonista di one-man-show, lo devo a Proietti e al suo A me gli occhi, please che ha aperto una nuova strada a tutti noi attori».
Con lei si rammaricava di essere stato poco utilizzato dal cinema?
«Non ho mai avuto questa impressione. Era felice della sua carriera, tanto più che i pochi film girati erano dei cult: Febbre da cavallo, Casotto, Un matrimonio. Come afferma Alessandro Gassman nel documentario, è mancato più Gigi al cinema che il cinema a Gigi».
Ma c'era qualcosa che, guardandosi indietro, gli dispiaceva?
«Beh, un pizzico di amarezza ce l'aveva perché, malgrado il successo, non era mai stato riconosciuto come un grande autore. La sua strepitosa comicità aveva messo in secondo piano il resto della carriera. Che invece aveva una portata molto ampia: Proietti ha riscoperto Ettore Petrolini, Edward Kean, i classici e con Skespeare ha riempito il Globe di ragazzi».
Come esprimeva, in privato, la sua romanità?
«Manifestando un profondo amore per la Capitale a cui ha dato tanto. Noi romani dobbiamo essergli grati perché ci ha ridato il Brancaccio, ha creato il Globe e il Laboratorio in cui insegnava a recitare gratis anche ai giovani delle periferie. E Roma lo ha ripagato, osannandolo. Se i funerali non si fossero svolti in piena pandemia, Gigi avrebbe riempito piazza San Giovanni come Alberto Sordi».
L'ultima volta che l'ha visto?
«Durante il lockdown, nel suo studio. Si riguardava in scena a 30 anni e appariva incredulo: aveva fatto tante di quelle cose che qualcuna non se la ricordava più. Ma lui non sarà mai dimenticato. È già un classico».

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