«Così ho svelato il Datagate», Glenn Greenwald racconta nel suo nuovo libro i primi contatti con Snowden

Martedì 27 Maggio 2014 di Nicole Cavazzuti
Newyorkese, classe 1967, il giornalista Glenn Greenwald è autore di uno tra i più grandi scoop della storia recente del giornalismo: lo scandalo delle intercettazioni senza mandato della statunitense National Security Agency (Nsa). In una parola, il Datagate per il quale lui e The Guardian hanno vinto il premio Pulitzer 2014. Ex avvocato specializzato in diritti costituzionali e civili, fondatore della testata on line The Intercept, oggi è impegnato nella promozione del suo nuovo libro che riassume la vicenda: “Sotto controllo. Edward Snowden e la sorveglianza di massa” (Rizzoli, 374 pagine). Ma non chiamatelo eroe: «Il vero eroe è Snowden: ad appena 29 anni ha scelto di esporsi senza alcuna protezione, rinunciando all’amore, alla tranquillità e a un buono stipendio senza paura di venire arrestato», osserva Greenwald.



Quando fu contattato la prima volta da Edward Snowden?

«Nel dicembre 2012. Nella nostra prima conversazione on line mi spiegò che voleva innescare un dibattito a livello mondiale su problemi come la privacy, la libertà in rete e i pericoli della sorveglianza di Stato».



Quali sono state le maggiori difficoltà nella stesura di “Sotto controllo”?

«Innanzitutto, la quantità di documenti da studiare e da selezionare per condensare l’inchiesta in 350 pagine. Inoltre, non è stato facile chiarire in modo definitivo perché la privacy è importante e perché la sorveglianza sia pericolosa. L’abuso di potere è percepito come un’astrazione, difficile da prendere visceralmente a cuore. Il punto è che possedere i mezzi per intercettare le telecomunicazioni della gente conferisce una forza immensa ai depositari di quel privilegio. Se quel potere non è tenuto a freno da rigorose procedure di supervisione e da una forte responsabilità istituzionale, chi ne dispone finirà quasi certamente per abusarne».



Com’è cambiata la sua vita dal giugno scorso, quando lanciò lo scoop del Datagate?

«È stata rivoluzionata! Chi, come me, possiede decine di migliaia di documenti sensibili agognati dai servizi di sicurezza di tutto il mondo, corre inevitabilmente dei rischi. Ormai parto dal presupposto che ogni cosa che faccio o dico sia strettamente sorvegliata. Ho accettato il fatto che le mie possibilità di comunicare si dovessero ristringere: uso il telefono per le questioni più vaghe e insignificanti, spedisco e ricevo e-mail solo ricorrendo a scomodi sistemi di criptaggio e uso servizi on line di chat criptate. Personalmente, sono stato solo minacciato di essere perseguito legalmente, ma al mio compagno, David Miranda, è successo di peggio. Lo scorso agosto è stato trattenuto per quasi nove ore a Heathrow, ai sensi della legge antiterrorismo del 2000, nel tentativo di intimorirlo e di interrompere le fughe di notizie. E la vicenda è tutt’ora aperta: nei suoi confronti è ancora in corso un’indagine penale. Detto questo, sono anni che mi occupo dello scandalo delle intercettazioni senza mandato della NSA e la maggiore visibilità ottenuta negli ultimi dodici mesi mi permette di parlare di questo argomento in tutto il mondo».



Come vive il peso della responsabilità di pubblicare in forma completa e quasi priva di censure documenti trafugati ai servizi segreti governativi?

«Ogni volta che mi accingo a pubblicare qualcosa, valuto con estrema cura benefici e rischi, confrontandomi sempre con la fonte. Uno degli aspetti più sconvolgenti dell’archivio di Snowden è che smaschera il gran numero di menzogne propugnateci dal governo. È stato complicato decidere quali notizie diffondere perché non volevamo offrire la possibilità all’amministrazione di distogliere l’attenzione dal tema principale, il controllo di massa. E, ovviamente, non sono mancate le critiche: per alcuni abbiamo pubblicato troppo, per altri siamo stati troppo cauti».



A proposito di critiche, WikiLeaks ha rimproverato di recente il The Intercept proprio per aver taciuto il nome della quinta nazione spiata dall'NSA, oltre a Bahamas, Messico, Filippine e Kenya, affermando poi che si tratterebbe dell’Afganistan. È vero? E significa che i documenti di Snowden sono anche nelle mani di quelli di WikiLeaks?

«Non commento la notizia pubblicata da WikiLeaks: abbiamo deciso di non pubblicare il nome del quinto Stato per evitare di porre in pericolo la vita di milioni di innocenti. Ma sia chiaro: WikiLeaks non possiede l’archivio di Snowden, anche se vorrebbe fare credere l’opposto all’opinione pubblica».



Lo scorso 22 maggio il Congresso degli Stati Uniti ha approvato una norma che prevede di mettere fine alla raccolta di massa di dati telefonici degli americani da parte della National Security Agency, ma il testo redatto ha suscitato aspre critiche. Lei che opinione si è fatto della riforma?

«L’attuale Freedom Act non assomiglia per nulla alla legge di partenza: il testo approvato è diventato un simbolo vuoto, inutile. Non mi stupisco: la strategia tipica dell’amministrazione Obama è fingere di riformare solo in apparenza, per calmare la rabbia pubblica. E il sistema, così, va avanti rafforzato». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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