Romani come noi, la più giovane guida alpina del Lazio: «Scalo le montagne inseguendo un monaco zen»

Sabato 30 Giugno 2018 di Stefano Ardito
La parola “guida alpina”, tra i romani, fa pensare alla Valle d’Aosta o al Trentino. Invece i professionisti della montagna esistono anche nell’Urbe. Lorenzo Trento, 27 anni, ha ottenuto l’abilitazione professionale da poco, al termine di un corso durato tre anni. Grazie a Facebook e al suo sito www.peaklab.it ha già trovato numerosi clienti. «Da gennaio non ho avuto un weekend libero» sorride la più giovane guida del Lazio. Dove porta i suoi clienti una guida alpina di Roma? «D’inverno sulla roccia di Sperlonga o Gaeta, o sulla neve del Terminillo o del Gran Sasso. A gennaio ho portato dei clienti sulle cascate di ghiaccio di Sottoguda, ai piedi della Marmolada. In estate ancora il Gran Sasso, e poi le Dolomiti e il Monte Bianco, come i miei colleghi del Nord».
Come si è avvicinato all’alpinismo?
«Vivo a Santa Maria delle Mole, di fronte all’aeroporto di Ciampino. Prima facevo atletica, nei 400 ostacoli ero bravo. A 18 anni ho fatto un corso di roccia alla sezione di Frascati del CAI. Mi sono innamorato subito».
Quando ha scelto di fare della roccia e del ghiaccio il suo lavoro?
«Nel 2013 Massimo Marcheggiani, uno dei migliori alpinisti del Lazio, mi ha invitato a una spedizione nell’Himalaya indiano. Una grande avventura, abbiamo salito una cima inviolata di 5250 metri. Ho deciso lì».
Quanto è difficile il corso di abilitazione? Quanto dura? I costi?
«È molto difficile, con ascensioni di sesto e settimo grado su roccia, è un impegno analogo su neve e ghiaccio e nello scialpinismo. Ci ho messo tre anni, ho speso più di 30.000 euro, tra iscrizione, viaggi, attrezzatura. È stato un investimento sul mio futuro».
Dove ha frequentato il corso?
«Le selezioni per l’ammissione in Emilia, il corso in Piemonte. Ora sono iscritto al Collegio delle guide dell’Abruzzo. Sono rassegnato a fare il vagabondo».
Le guide alpine nel Lazio esistono da mezzo secolo. Perché non sono organizzate come altrove?
«Il primo è stato Gigi Mario, guida alpina e monaco Zen, negli anni Sessanta. Poi sono arrivati Cristiano e Fabio Delisi, Paolo Caruso, Marco Forcatura e altri. Il problema è che dal 1989 la Regione Lazio non ha ratificato la legge nazionale sulle guide, e quindi il Collegio regionale non c’è. Una situazione che rende difficile, per noi, lavorare con gli enti pubblici. Espone i clienti al rischio dell’abusivismo».
Le guide alpine di Roma, sulle Alpi, vengono prese in giro? «Nel corso mi sono trovato davanti a degli sfottò che credevo fossero un ricordo del passato. Ma se ci incontriamo in parete, con i clienti, le differenze spariscono». In Abruzzo la situazione è migliore?
«Il Collegio esiste, raggruppa un centinaio di accompagnatori di media montagna e una trentina di guide, tra cui cinque romani. Ma si potrebbe fare di più».
Roma, per gli sport della montagna, è un serbatoio enorme. Ci sono migliaia di escursionisti, e tanti di loro vorrebbero provare ad arrampicare su roccia o ghiaccio. Come pensa di entrare in contatto con loro?
«Lo sto imparando un giorno dopo l’altro, è la mia sfida. Molti però non conoscono la differenza tra l’accompagnatore di un’associazione, che lo fa per divertirsi e non ha una formazione specifica, e una guida alpina, un professionista che garantisce la sicurezza dei clienti». Lavora in tutti i weekend. Che ne dice la sua compagna? «Lo dobbiamo accettare. Dal lunedì al giovedì lei lavora fuori Roma, abbiamo poco tempo per noi. E usiamo molto Skype...»  Ultimo aggiornamento: 08:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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