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«Sono tornato in ospedale con la chitarra»

Adriano Mastrolorenzo
di Maria Lombardi
4 Minuti di Lettura
Sabato 3 Novembre 2018, 15:51
Pensava alla chitarra per non pensare agli aghi della dialisi. Facevano tanto male. Con la musica combatteva il dolore, «e così sono riuscito a tenere a mente solo le cose belle dell’ospedale». Gli accordi imparati tra una terapia e l’altra, il maestro che lo salutava mi raccomando studia, e lui a esercitarsi prima delle flebo, i pomeriggi passati con l’amichetto Pietro a far correre le macchinine sul corridoio del reparto. Adriano Mastrolorenzo aveva otto anni quando è entrato al Bambino Gesù per le cure di una malattia autoimmune, il lupus, «i globuli bianchi impazziscono e attaccano gli organi».
Lì ha passato tempo, non ricorda più quante feste di Natale e Pasqua, fino ai 13 anni (adesso ne ha 26). La quarta e la quinta elementare, le scuole medie. E al Bambino Gesù torna tutti i giorni, non più da paziente. Camice bianco e chitarra. «Faccio il musicista in corsia. Volevo restituire quello che mi è stato dato».

Cosa insegna ai bambini?
«Dipende dall’età. Per i più piccolini suono, il semplice ascolto è importante, e cerco di coinvolgere anche genitori, medici e infermieri per creare un’atmosfera di leggerezza. Ai bambini delle elementari do lezioni di chitarra, sfrutto l’improvvisazione, butto giù un testo insieme a loro, li lascio esprimere. Con gli adolescenti lavoro sull’autostima, un ragazzino malato si sente diverso e ha bisogno di trovare un senso a quello che sta vivendo».
In che modo la musica può aiutare i piccoli pazienti?
«È fondamentale: serve al bambino per capire che in ospedale si può stare anche bene, non c’è solo dolore, dà loro la possibilità di esprimersi, di sentirsi capaci di qualcosa nonostante la malattia. Li aiuta a trovare una motivazione».
Che ricordi ha dei lunghi ricoveri?
«Avevo otto anni quando sono stato ricoverato per la prima volta. La mia famiglia si è trasferita da Lauria, in Basilicata, a Roma: per curarmi era necessario stare vicino all’ospedale. Qui ho fatto la scuola e ho imparato a suonare la chitarra. Così non pensavo alla dialisi, all’orticaria e ai dolori. Passavo il tempo a suonare».
Cosa le ha insegnato la malattia?
«Ad affrontare la vita in modo diverso, a non abbattermi in situazioni complicate e a vedere il bello e anche il senso che sta dietro alle cose negative. Se non fosse stato per la malattia, oggi vivrei in un paesino di campagna tra pecore e vacche. E invece ho avuto la possibilità di studiare musica, anche al Conservatorio, ho incontrato persone splendide in corsia, medici infermieri e insegnanti, ho conosciuto la ragazza meravigliosa che mi sta accanto».
E poi ha deciso di tornare tra i bambini ricoverati.
«Ho iniziato come volontario, sono tornato in ludoteca per fare giocare i bambini utilizzando anche la musica. Poi sono entrato in reparto e da lì è iniziato questo percorso che mi ha portato oggi ad essere strutturato come musicista dell’ospedale. Ho ricevuto una grazia: esco dall’ospedale felice di aver dato un senso alla mia giornata».
Lei suona la chitarra nel video di Tommy, il ragazzino che ha cantato “Grazie Roma” per chiedere a Totti di andare a fargli visita.
«Mai avremmo pensato che quel video potesse avere tutto quel successo sul web. E nemmeno ci aspettavamo le belle risposte del Capitano e di De Rossi. Ci siamo molto divertiti, con Tommy. Io e i pazienti siamo sulla stessa barca, ricevo da loro molto più di quanto possa dargli: è uno scambio di doni. Una bambina di 5 anni, Noemi, si è innamorata di me, dice in reparto che mi vuole sposare e che lei è molto più bella della mia fidanzata».
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