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Roma, Paola Salvatori: «Maestra runner grazie al tifo dei miei alunni»

Paola Salvatori (foto Lovino)
di Rosalba Emiliozzi
3 Minuti di Lettura
Lunedì 26 Novembre 2018, 10:46
Taglia così spesso il traguardo per prima che lo speaker l’ha ribattezzata la “maestra volante”. Un fuscello a vederla, un metro e 65 centimetri di altezza per 48 chili, ma le sue gambe sono un fascio di muscoli, resistenti e allenate a superare quel “buco nero” che ogni gara podistica ti mette davanti per fermarti. Ma lei non si ferma. «Inizio a pensare ai miei alunni, a quello che devo fare con loro, alla coppa che devo portare in classe, così la fatica passa e vado avanti» dice Paola Salvatori, 46 anni, romana di Prati Fiscali, diploma all’Isef e cattedra all’Istituto comprensivo “Piaget-Majorana” al Nuovo Salario. Quest’anno è arrivata prima, tra le italiane, alla Maratona di Roma.
Cosa si prova a vincere nella Capitale?
«Già vincere è un’emozione indescrivibile, a Roma è molto di più, è estasi, un momento di gloria, tutti ti fermano, ti fanno i complimenti».
Quali sono i tratti più belli?
«L’inizio per l’adrenalina altissima e il gran tifo. E la fine, quando intravedo l’Altare della Patria».
Il tratto più difficile?
«L’ultima parte perché devo combattere con la fatica e i sampietrini del centro, dove è più difficile correre».
Come si supera il black out?
«Io lo chiamo “il muro” del 30esimo chilometro, si spegne la lampadina, calano le energie, vorresti smettere, allora inizio a darmi forza: “dai, la gara non è finita, mancano ancora 12 chilometri”. Penso alla scuola, ai miei alunni, mi dico: “domani faccio fare una ricreazione più lunga”. E riparto».
Quanto è importante l’alimentazione?
«Molto, quando sono sotto gara evito aperitivi e pizzette. Dolci sì, ma solo fatti da me».
E serve una buona forma fisica.
«Mi aiuto andando in palestra, potenzio i muscoli così prevengo gli infortuni».
Ha un preparatore?
«Il mio allenatore, Giuseppe Guglini, col tempo è diventato un amico, mi ha scoperta, senza di lui non potrei correre e non avrei raggiunto certi traguardi, che comunque sono a livello amatoriale. Un grazie anche al presidente della mia società, Fabrizio Straini».
Come nasce la sua passione per la corsa?
«Ho iniziato alle superiori, seguendo mio fratello che faceva atletica. Per diversi anni, poi, ho corso al campo dell’Acqua Acetosa. Poi, per gioco, ho ripreso a gareggiare e non ho smesso più: sono 18 anni che corro».
Perché corre?
«La corsa per me è benessere, piacere».
Cosa le ha insegnato correre?
«Ad andare sempre avanti, anche quando si soffre».
E cosa insegna ai suoi alunni?
«A non mollare mai. Lo dico spesso in classe, la corsa insegna a non arrendersi».
Eppure c’è chi usa scorciatoie.
«Purtroppo, anche a livello amatoriale, si sono riscontrati casi di doping. E c’è chi fa il furbo».
Il furbo?
«Ricordo un podista che tagliò una gara per superare gli altri, ma non gli andò bene, venne segnalato e squalificato».
L’ultima sfida?
«La maratona di Torino, sono arrivata quinta assolta e seconda italiana, dietro un’atleta professionista dell’Aeronautica».
Quante maratone ha corso?
«Ho fatto Terni, Lecce, Lago Maggiore, Ravenna, Napoli, Sabaudia, Riga e Amsterdam».
Gareggia poco all’estero, perché?
«Ho paura dell’alimentazione. Prima della maratona mangio pasta o riso con parmigiano, e salmone alla griglia. All’estero non sai mai come cucinano».
Abbandonerà mai la corsa?
«Mai, rallenterò, ma non lascerò mai»
 
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