Roma, il racket dei bengalesi: «La Capitale è zona franca. Viaggio, vitto, alloggio e lavoro abusivo: qui ci lasciano fare»

Aumentano i cittadini del Bangladesh: «Il viaggio? Chi comanda ci chiede 8mila euro». L'organizzazione pensa a tutto: «Venite, qui ci lasciano fare»

Roma, il racket dei bengalesi: «La Capitale è zona franca. Viaggio, vitto, alloggio e lavoro abusivo: qui ci lasciano fare»
di Alessia Marani
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Domenica 17 Aprile 2022, 08:45 - Ultimo aggiornamento: 19 Aprile, 09:10

Ottomila euro, è quanto serve per staccare il ticket per l'Italia, trovare vitto e alloggio a Roma, soprattutto un lavoro abusivo o sul filo dell'illegalità per le strade della Capitale, in primis a Trastevere. Uniti, coesi e omertosi. Chi fa parte delle organizzazioni che tengono le fila del racket dei venditori bengalesi che invadono le strade del Centro e le vie più commerciali in periferia raramente parla, e quando lo fa tratteggia un quadro tanto fosco quanto preciso. Le poche testimonianze sono finite in alcuni verbali del I Gruppo della Polizia locale già passate al vaglio della Procura per i profili di favoreggiamento e sfruttamento dell'immigrazione clandestina.

Funziona così: chi ha intenzione di trovare miglior vita nel Bel Paese punta proprio sulla Capitale, considerata una sorta di «zona franca» dove sono garantiti canali di ingresso e appoggi. E gli ingressi nell'ultimo periodo stanno aumentando. C'è chi si vende tutto quel che ha in patria per arrivare a Roma, ma la maggior parte apre una nota di credito con l'organizzazione per cui serviranno anni prima di affrancarsi. «Ho pagato ottomila euro per venire - ha confessato uno dei ragazzi agli inquirenti - per liberarmi del debito devo vendere in strada. Inoltre ci detraggono dai 200 ai 300 euro per la sistemazione». Nel frattempo, infatti, il racket pensa a tutto. Innanzitutto a un alloggio. «Appartamenti di 60-70 mq in cui convivono anche dieci, quindici persone che si dividono i letti su turni - spiega un investigatore di lungo corso - ossia chi lavora prevalentemente di notte, dorme di giorno. Chi è impiegato nei minimarket o sulle bancarelle di giorno, rientra al tramonto». Per più ore durante la giornata funzionano le cucine che emanano nei condomini gli odori forti delle ricette tradizionali. Poi escono gli addetti ai pasti che nascondono le vaschette di alluminio con il cibo nei carrelletti della spesa con cui fanno il giro di rifornimento. In via della Lungaretta e a piazza Trilussa, il rancio arriva puntuale alle 19,30. Più tardi - e poi per un secondo giro in tarda serata - passa un'altra ronda, quella dei kapo a riscuotere gli incassi.

Le cucine

Se fino a qualche tempo fa le basi logistiche erano soprattutto nella zona Est (nel V Municipio i cittadini bengalesi sfiorano le 10mila unità concentrati a Torpignattara e Centocelle) nell'ultimo periodo si sono spostate più centralmente. Cucine di servizio sono state segnalate nei pressi di Vicolo del Cedro, a Trastevere, altri appartamenti gestiti dall'organizzazione si troverebbero sulla Gianicolense e a Monteverde. Segno che il racket negli anni si è espanso, ha fatto affari e un salto di qualità. I più scaltri si sono messi in proprio. Gli agenti della Municipale hanno trovato le stesse merci sequestrate ai venditori in strada nei magazzini dei nimimarket intorno alla stazione Termini. I gonfiabili venduti sulle spiagge di Ostia stipati nei negozi di Lido centro. Sempre gli stessi gli avvocati, e del Sud, a cui affidare le pratiche per la regolarizzazione in Italia. Insomma, i canali di approvvigionamento sono gli stessi e foraggiati continuamente. Difficile fare partire un'inchiesta per reati maggiori da un semplice controllo occasionale. Nessuno pagherà le multe, il valore della merce sequestrata è di per sé poca roba e rimpiazzarla per i clan è un gioco da ragazzi. A Trastevere il tam tam di richiamo per questa nuova stagione primaverile è già partito, le bancarelle abusive e i teli stesi a terra pieni di cappellini, monili e chincaglierie, tra i fiumi di turisti e visitatori in arrivo a ogni ora, è partito: «Venite che ci lasciano fare».

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