Gabriele Di Ponto, l'ultrà Lazio fatto a pezzi: scoperta la casa delle torture

Mercoledì 21 Agosto 2019 di Giuseppe Scarpa
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Gabriele Di Ponto, l'ultrà Lazio fatto a pezzi: scoperta la casa delle torture

Preso con la forza, ucciso e poi smembrato dentro un appartamento a San Basilio. Gabriele Di Ponto, 36 anni, ultras della Lazio sarebbe stato massacrato in questo modo quattro anni fa. Il suo piede era stato ritrovato il 12 agosto 2015 sulle rive dell'Aniene, alla confluenza col Tevere. Gli investigatori erano arrivati nella casa degli orrori poco dopo una ristrutturazione radicale. Gli stessi detriti erano stati fatti sparire. Il luminol utilizzato dalla scientifica, perciò, non aveva rilevato alcuna traccia di sangue. Nessuna prova insomma. Le stesse intercettazioni poi non avevano dato il risultato sperato. Ragion per cui l'intera inchiesta, in assenza di elementi, nonostante il lavoro instancabile di procura e squadra mobile, si avvia salvo colpi di scena sul binario dell'archiviazione.

MANAGER DELLA DROGA
Ad ogni modo l'indagine sarebbe riuscita ad inquadrare il perimetro dentro cui si muoveva Di Ponto. A tratteggiarne la personalità. In una unica parola, un prepotente. Il 36enne ultras dei biancocelesti era una testa calda. Uno a cui piacevano i soldi, il guadagno facile, l'esibizione della forza e la pratica della violenza. Un ambizioso, a modo suo, all'interno della mala. La sua arroganza si era rivelata un'arma a doppio taglio: all'inizio gli era stata utile per scalare le gerarchie criminali a San Basilio alla fine però si era rivelata fatale. Lo aveva accompagnato verso la morte. Il 36enne aveva fatto il duro con chi non poteva permetterselo. Secondo gli inquirenti era diventato una sorta di manager in una piazza di spaccio nella periferia popolare a nord-est della Capitale. In una fetta di territorio vicino al bar della coltellata in via Corinaldo, famoso per una serie di fattacci di cronaca nera, regolamenti di conti avvenuti, soprattutto, negli anni Ottanta. Qui Di Ponto gestiva un gruppo di pusher che vendevano al dettaglio la cocaina. Ad introdurlo nell'ambiente sarebbe stato un suo amico che avrebbe fatto da garante. L'ultras della Lazio, però, non si sarebbe comportato in modo corretto. 
 

 

Avrebbe fatto il gradasso con i grandi fornitori della zona, insultato chi non doveva. Anche per questo motivo Di Ponto avrebbe discusso, pochi giorni prima del suo assassinio, anche con lo stesso amico che era riuscito ad introdurlo a San Basilio. Secondo gli inquirenti, perciò, la morte del 36enne si inquadrerebbe all'interno di questo contesto. Anche se sulla fine tragica dell'uomo la squadra mobile ha seguito più piste.

UCCISO NELL'AUTO
Oltre alla casa degli orrori il pm Giorgio Orano e gli agenti per diverso tempo avevano battuto anche un'altra strada. Di Ponto, secondo questa altra ipotesi, sarebbe stato ucciso dentro un'auto. I killer avrebbero lasciato il cadavere dentro la macchina per una notte. Il giorno seguente però, per gli assassini, sarebbe stato impossibile trascinare il corpo, completamente irrigidito, fuori dal mezzo. Per questo si sarebbe reso indispensabile tagliare la gamba per tirare via il corpo dall'auto e disfarsi del 36enne.
Tuttavia se sulla prima ipotesi, quella della casa degli orrori, si erano avuti dei riscontri su questa altra non erano emersi elementi significativi. Due tracce su cui avevano lavorato gli investigatori indicate da diverse fonti confidenziali che in comune avevano, comunque, un punto di contatto. Ricorreva, nelle ricostruzioni che offrivano, sempre uno stesso nominativo. Entrambi, in sostanza, indicavano, tra le varie persone che avevano partecipato all'omicidio di Di Ponto, il nome di un uomo. Per questo, per diverso tempo, era stato iscritto nel registro degli indagati. Contro di lui, però, non si era potuto procedere per assenza di gravi indizi.
Un'inchiesta delicata e complicatissima. Anche perché Di Ponto aveva fatto terra bruciata attorno a sé. La moglie lo aveva abbandonato, visto il carattere violento era scappata in Francia. Il suocero aveva detto ai cronisti, senza un'ombra di pietas, «io una persona così cattiva non l'avevo mai vista». Tra i due non correva buon sangue. L'uomo, inoltre, destando il sospetto degli investigatori, aveva fatto rottamare la moto in uso al genero pochi giorni dopo la sua scomparsa. Mentre su Facebook, il 36enne, tra le tante foto che lo ritraevano, con una faccia da rissaiolo, occhiali scuri e il corpo istoriato di tatuaggi, aveva postato una frase da malavitoso doc: «I soldi servono a tutti ma non devi infamare». Traduzione: vietato fare la spia. Un messaggio che aveva rivolto a qualcuno? Di certo pochi giorni o forse poche ore più tardi dopo quell'ultimo post, Gabriele Di Ponto era stato ucciso.

Ultimo aggiornamento: 22 Agosto, 09:20 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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