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Roma, smantellato giro di usura nel mercato di Porta Portese. Il "capo" millantava parentele con i clan

Venerdì 3 Luglio 2020 di Camilla Mozzetti

La base era un box di autoricambi nel cuore del mercato di Porta Portese di proprietà di due fratelli di 46 e 48 anni originari di Genzano e a gestire le fila di una piccola - ma pur radicata - organizzazione dedita all'usura e all'estorsione un 46enne romano che all'anagrafe risponde al nome di Massimiliano Nicoletti. Nulla a che vedere con il più "famoso" Enrico ma l'omonimia aveva permesso al 46enne di spacciarsi come parente del cassiere della banda della Magliana e incutere così il giusto timore a chi chiedeva soldi in prestito e doveva poi rientrare dei debiti. 

E' partita all'alba di questa mattina l'operazione "Money box" della Squadra Mobile di Roma - Sezione “Reati contro il Patrimonio” - che, nell’ambito di una complessa attività investigativa coordinata dal pool antiusura della Procura della Repubblica di Roma, ha eseguito sette misure cautelari emesse dal gip Annalisa Marzano dopo aver individuato e ricostruito le vicende criminose di soggetti che elargivano prestiti ad interessi usurari a diversi piccoli imprenditori e persone in difficoltà economiche della Capitale.

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Le indagini - condotte tra la fine del 2019 e i primi mesi del 2020 -, sono scattate dopo alcune denunce presentate da alcune vittime nella zona Portuense-Marconi-Trastevere. In particolare dopo il tentato suicidio di un romano che era finito nel giro di Nicoletti tramite un meccanico di zona a cui l'uomo si era rivolto. Da qui il servizio attivato dentro allo storico mercato di Porta Portese che ha dimostrato, insieme alle deposizioni rese dalla vittima e grazie alle intercettazioni avviate dalla polizia che hanno accertato almeno altri tre casi di usura ai danni di un meccanico, benzinaio e barista, come il box numero 10 in via Portuense 21, intestato ai due fratelli, serviva come base per gli appuntamenti con i clienti, i prestiti di denaro e la seguente riscossione dei debiti. Gli interessi praticati superavano il 240% su base annua, mentre la modalità di estinzione si basava invece sul codissetto modello “a fermo”: il debito sarebbe stato considerato estinto solo mediante il pagamento per intero della sorta capitale.

La prima vittima aveva totalizzato un debito di 40 mila euro. Sul primo prestito da 5 mila euro Nicoletti aveva applicato un tasso del 15% per un totale di rientro di 5.750 euro. Poi gli interessi, a fronte delle richieste crescenti, sono arrivati al 20% e l'uomo non è più riuscito a rientrare. Più di una volta è stato minacciato fisicamente e verbalmente: «E' tornato di moda ammazzà e dare in pasto ai maiali come fanno in Calabria», gli disse Nicoletti in uno dei tanti incontri per riavere indietro il denaro prestato.

Ognuno dei sette indagati coinvolti aveva un ruolo preciso. Il denaro veniva prestato a interessi usurai con l'aggiunta di eventuali "multe" comminate in caso di ritardo sui pagamenti. I due fratelli, titolari del box, prendevano i soldi, li intascavano e assistevano alle discussioni che sono andate avanti anche in pieno "lockdown" per l'emergenza Covid-19. «Il box - scrive il gip Annalisa Marzano nell'ordinanza di custodia cautelare - rappresentava il punto nevralgico per lo smistamento dei finanziamenti e per il recupero crediti». In particolare uno dei due fratelli  «manteneva i contatti con i clienti e seguiva, con puntualità e rigore, l'escussione dei debiti e la loro contabilità».

E la forza intimidatrice arrivava anche da quel cognome - Nicoletti per l'appunto - che veniva speso al fine di spaventare le vittime. In altri casi gli indagati millantavano anche stretti rapporti con organizzazioni criminali facenti capo alla 'ndrangheta o ad altre famiglie come quella dei Casalesi e dei Casamonica.  Il 46enne si faceva chiamare Massimo Nicoletti, come il figlio di Enrico, e a chi gli chiedeva se fosse proprio quel Nicoletti, rispondeva: «Sì, so quello».

Ad agevolare il gruppo nel riciclaggio del denaro derivante dall'usura, un quarto uomo, titolare di una società e incaricarico di garantire la liquidità al gruppo che faceva «Confluire il denaro sui conti correnti della società ricorrendo a causali fittizie coincidenti con saldi di fatture riferite all'attività professionale svolta». Sostanzialmente incassava gli assegni che Nicoletti, con l'aiuto anche del suocero, pretendeva dalle vittime a garanzia del prestito o si faceva accreditare le somme sul conto corrente intestato all'omonima ditta, «per dissimulare la provenienza illecita delle provviste di denaro». 

Dei sette soggetti, tre sono stati condotti nel carcere di Regina Coeli, per altrettanti sono scattati gli arresti domiciliari e ad uno è stato notificato l’obbligo di firma. I reati contestati vanno dall'usura all'estorsione fino al favoreggiamento. All’esito delle perquisizioni domiciliari, effettuate dal personale di polizia impiegato, è stato possibile inoltre recuperare importante materiale probatorio, al vaglio dell’autorità giudiziaria.
 

Ultimo aggiornamento: 21:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA