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Lorenzo Pavolini racconta il suo quartiere: «In coda all'Esquilino, in cerca di normalità»

Domenica 5 Aprile 2020 di Lorenzo Pavolini
La fila per un pasto gratuito, qua sotto casa, conta sei persone che si scaldano nel sole del mattino, le spalle contro il muro. Dirimpetto il Caf ha riaperto da due giorni, la decina di persone all’ombra sembrano impegnate in un’attesa più penosa, chissà a quali scartoffie vanno incontro, quali speranze di sussidio. Le file si saldano all’angolo con quella del norcino. Attraversate le strisce pedonali sbiadite di via Merulana si moltiplicano le presenze. L’orientamento delle teste permette di stabilire se vanno al supermercato, alla farmacia, dal giornalaio o al tabacchi. Ho detto vanno ma infatti stanno.

Perché da qualche giorno i marciapiedi dell’Esquilino sono regolarmente punteggiati di persone ferme, mascherina, carrello della spesa, guanti, si direbbero pedine disposte su una scacchiera a griglia larga, che sfuma tra i rami dei platani e la peluria verdina delle prime foglie. In alto sfrecciano squadriglie di pappagalli. Ed eccola puntuale la ragazza dello yoga stendere il tappetino sul balcone, ci si può rimettere l’orologio. Intanto il corridore avrà fatto il suo cinquantesimo giro sul terrazzo condominiale, lo spericolato bricoleur svetta in cima a una scala che l’edilizia acrobatica gli fa un baffo e il pianto della bambina si leva acuto per la pallina calciata disotto dal fratello, che se la ride tutte le volte, così la madre lo manda giù a prenderla.

Un signore in camicia ritira i panni, la catinella a fiori sottobraccio, quando varca la portafinestra del suo attico, forse davanti allo schermo del pc è persino un ministro. Insomma l’Esquilino da una settimana a questa parte ha ripreso a pulsare di un suo diurno irrefrenabile ritmo, da dire sottovoce perché sfiora il proibito, ma parrebbe confermare la sua vocazione d’avanguardia nelle pratiche di convivenza urbana. Forse è un po’ presto, ma non è forse così che dovremo imparare a vivere nelle prossime settimane anche negli altri quartieri della città?

Perché quando per lavoro me ne sono allontanato, la sensazione di attraversare una città deserta a paragone, con molti meno esercizi commerciali aperti e meno gente in giro, mi ha fatto abbassare lo sguardo e pedalare a testa bassa, quasi la bellezza di una città disabitata sia intollerabile e rendesse ancora più gradito il ritorno a casa. Poi l’Esquilino non è mai stato così pulito. Ci sono circa una ventina di supermercati aperti e ben forniti, panettieri sopraffini, farmacie in abbondanza e venditori di granaglie esotiche, grocery nostrane gestite dagli instancabili asiatici, negozi di elettronica a bizeffe.

Si possono passare ore a fare file, rispettando la distanza ci si può dare appuntamento sotto i portici e comprare quel che serve soffiandosi parole da lontano, riconoscendosi a malapena sotto le mascherine. Abbiamo imparato meglio a quale finestra apparteniamo, qualche saluto a vuoto nasce spontaneo. E non è male neppure la battuta d’arresto nell’incessante gentrificazione dell’area intorno a Piazza Dante. Certo non sono mancate le risse vere e proprie per regolamentare gli ingressi al discount o per accaparrarsi le mascherine.

D’altronde il personale addetto non era stato mai addetto a questa esasperante funzione. Davanti alla banca si sente spesso urlare. Il mercato ha metà dei banchi chiusi, un solo ingresso aperto con una discreta fila. I lavori nel giardino sono fermi, la sua riapertura sempre più leggendaria, come il destino delle rovine di Mas. E spicca la solitudine dei senzatetto, isole di coperte da circumnavigare. Davanti al mobilificio hanno eletto domicilio in cinque. Altri si ritrovano all’angolo della piazza verso Conte Verde. D’altronde l’avanguardia esquilina cinese aveva tirato giù le sue saracinesche molto tempo prima.

E se per malintesa solidarietà siamo corsi a sostenere la più famosa e simpatica ristoratrice cinese di Roma, autentico genio del marketing che aveva fatto uscire sui giornali la notizia dell’assenza di clienti, è stata la partenza dei suoi cuochi a costringerla alla chiusura ben prima dei decreti. La sera scende una sorta di coprifuoco, gli ultimi cani sfiancati dai loro padroni rincasano e nel silenzio si ascolta la voce d’acqua del nasone all’angolo, tra i richiami dei gabbiani che in questi giorni covano tra le tegole della scogliera, e i rintocchi della “sperduta”, il campanone di Santa Maria Maggiore che alle nove sembra ogni sera un po’ più lugubre. La notte è silenziosa. Passa un camion dell’Ama. Passano i carabinieri. Le suorine hanno acceso i moccoli sul loro terrazzo, tra i mutandoni stesi tutti uguali, e pregano per noi.
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