CORONAVIRUS

Coronavirus, l'esercito dei clochard che non va in quarantena: «Rischio contagio. Su 9mila casi, solo 900 protetti»

Domenica 26 Aprile 2020 di Pier Paolo Filippi e Laura Larcan
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Coronavirus, l'esercito dei clochard che non va in quarantena: «Rischio contagio. Su 9mila casi, solo 900 protetti»

In una città che combatte l’emergenza da coronavirus, emergono anche loro, inquilini senza dimora, residenti in una quarantena senza porte. I clochard sono tanti a Roma, migliaia, sparsi in un sottobosco di vita propria. E il rischio di contagio aleggia su queste situazioni umane in larga parte fuori controllo. Di «fenomeno complesso», parla Roberta Molina responsabile Area Ascolto e accoglienza della Caritas. Solo per far capire la dimensione del problema, l’organismo pastorale «ha potuto accogliere nelle proprie strutture attrezzate per un’ospitalità cosiddetta “H24”, in totale sicurezza, fino a 360 persone senza fissa dimora.

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Ma nella realtà romana, dal centro a Ostia, sono migliaia le persone che vivono in una situazione di fragilità: parliamo di circa 8mila ma ormai anche 9mila persone», spiega. Nelle strade semi deserte sembrano ancora più numerosi: intorno alle stazioni ferroviarie, nelle vie del centro, al riparo nei sottopassi. Un esercito di disperati tra clochard e immigrati irregolari che desta grande preoccupazione per la diffusone del Covid-19. Chi li controlla? Un piano di aiuti esiste, ma rischia di non essere sufficiente.

Per l’assessorato capitolino alla Comunità solidale, guidato da Veronica Mammì, «Lo sforzo è stato quello di rafforzare i posti H24 per contenere gli spostamenti - spiegano - Dall’inizio del cosiddetto lockdown è stato messo in campo un investimento di circa un milione di euro in più per ampliare i servizi solo per le persone senza fissa dimora - spiegano - arrivando a 700 posti in più rispetto al circuito ordinario di 200». Un capitolo di spesa ad hoc in un bilancio annuale complessivo delle politiche sociali di 15 milioni di euro.

«Ad ogni persona che entra nella struttura viene effettuato lo screening sanitario», evidenziano dall’assessorato. Ma che ne è delle altre migliaia di persone che “vivono” sulla strada senza kit di prevenzione epidemiologica? Parliamo di migliaia e migliaia di casi umani, molti dei quali per scelta personale vogliono rimanere isolati. L’assessorato alla Comunità solidale ricorda l’impegno della Sala Operativa Sociale con le sue dieci unità di strada sul territorio. I numeri però pesano come macigni. Basti considerare che la Asl Roma 1, ha effettuato nell’ultimo mese e mezzo di emergenza 1335 visite mediche sul territorio su segnalazione di organizzazioni umanitarie, soprattutto a via Giolitti e nei dintorni della Stazione Termini, in via Statilia e via Amedeo II.

Basta? «Quello che conta ora è la prevenzione con la distribuzione dei presidi di sicurezza, mascherine in testa - dicono dall’Istituto di Medicina Solidale - E fare, con urgenza, una mappatura dei luoghi di disagio». L’Istituto di Medicina Solidale, con i propri medici volontari, gestisce 6 ambulatori di strada (di cui uno presso il Colonnato di San Pietro). Le stesse ACLI sono scese in campo fin dai primi minuti dell’emergenza. Oltre all’Isola Solidale, una struttura di accoglienza sulla via Ardeatina.

Ma quali sono i luoghi? Intorno alle stazioni Termini e Tiburtina ci sono accampamenti con centinaia di persone, dove è difficile anche immaginare come si possano rispettare le norme igieniche e di distanziamento sociale A piazza dei Cinquecento sono tantissimi. Alcuni sono sdraiati sopra delle coperte sotto le pensiline, mentre la gran parte ha formato una specie di tendopoli usando materiali di ogni tipo appoggiandosi alle ringhiere che delimitano il piazzale. «Sono diventati ancora più numerosi in queste ultime settimane – dice un autista fermo al capolinea – Di notte si mettono anche sotto i portici accanto a Palazzo Massimo, praticamente adesso sono indisturbati».

Ancora più impressionante la situazione allo scalo ferroviario Tiburtina, intorno al quale trovano rifugio circa 150 persone senza dimora. Abbattuta la vecchia tangenziale, il degrado si è trasferito dall’altra parte della stazione. Il portico davanti all’ingresso di via Camesena, che è chiuso, si è trasformato in un enorme dormitorio. Tra gli ospiti, che ormai restano lì praticamente tutto il giorno dal momento che in giro non c’è nessuno, ci sono anche persone anziane e almeno all’apparenza malandate. Sulla parte opposta della strada, invece, c’è un accampamento dove vivono numerosi immigrati irregolari, anche loro in condizioni igienico sanitarie disastrose. Ma sono tanti i possibili focolai per il virus: i sottopassi di via Corso d’Italia, sotto alle Mura Aureliane, nelle baracche lungo le sponde del Tevere. Più controllata sembra la situazione intorno piazza San Pietro. Dove c’è anche chi prova a difendersi dal Covid, sanificando con dei prodotti la tenda di fortuna montata a via della Conciliazione. 

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