Palatino, ecco la domus distrutta dall'incendio

Sabato 8 Settembre 2018 di Laura Larcan

Una domus monumentale che dominava il pendio occidentale del Palatino, un illustre proprietario che doveva giocare un ruolo strategico nella Roma di fine Repubblica (siamo alla metà del I secolo avanti Cristo), decorazioni di affreschi, stucchi, mosaici e mobili che echeggiano un lusso orientaleggiante, e un incendio devastante di cui nessuna fonte antica ha mai parlato. Il Palatino regala ancora sorprese nelle pieghe della sua terra.
 

 

Prima di diventare il colle dei Cesari, prima della grande rivoluzione edilizia di Augusto, il Palatino era il cuore di imponenti residenze aristocratiche, dove si percepiva appena l'eco della monarchia e dei fasti della tirannia dei Tarquini. Ancora una storia, dunque, per il Palatino svelata dallo scavo archeologico che ha coinvolto per la prima volta in modo approfondito il complesso dei cosiddetti Horrea Agrippiana, il grande magazzino fatto erigere dallo stesso Augusto, con la direzione dei lavori del genero Marco Vipsanio Agrippa (da cui prende il nome).

Il fabbricato incastonato sulle pendici ovest del Palatino verso il Velabro, era noto. A identificarlo, all'inizio del Novecento era stato l'architetto e archeologo Giacomo Boni. Ma si era fermato alla superficie. Solo ora si è fatta luce su questo profilo di colle indagandone la stratigrafia. Grazie al progetto di scavo Signum Vortumni, coordinato dal Parco archeologico del Colosseo in collaborazione con l'International Society of Art, Architecture and Archaeology of Rome (Isar) e la Rice University of Houston del Texas. E a riemergere dal ventre di questa porzione del colle è una domus monumentale, che si sviluppava lungo il pendio in un sistema di terrazze: fabbricati che sono stati inglobati dal magazzino voluto da Augusto. L'identikit della domus, presentata ieri nella terza giornata di archeologia pubblica, è quello di una ricca dimora aristocratica, disposta su più livelli. Chi era il proprietario? Un personaggio illustre della politica. Siamo alla metà del I secolo a. C.

A sorprendere gli archeologi che hanno condotto lo scavo (Dora Cirone, Marzia Di Mento, Alessio De Cristofaro) sono gli elementi decorativi e di arredo ritrovati: affreschi di «II stile», molto simili alle famose pitture della Casa dei Grifi, soffitti rivestiti in stucco, e un mosaico a tessere bianche con inserti neri disposte a zampe di gallina, perfettamente conservato. A far brillare gli occhi, soprattutto una piccola scultura in marmo greco raffigurante una sfinge, forse utilizzata come base di tavolo. «E' rarissimo che negli ambienti di una domus si riescano a ritrovare pezzi di mobili che facevano parte dell'arredo - commenta Marzia Di Mento - E da sola ci dice molto del gusto esotico e raffinato del proprietario».

Ma le sorprese non finiscono qua. La distruzione della domus avvenne a causa di un vasto incendio, ben testimoniato dalle tracce ancora leggibili sulle pareti e dagli strati di distruzione ricchi di detriti combusti. «Di questo incendio non appaiono rintracciabili notizie dalle fonti storiche», precisa Di Mento. Fu un incendio devastante per intaccare fortemente la domus. All'edificio apparteneva anche un pozzo, riempito da anfore tardo-repubblicane quasi integre: probabilmente in origine era stato utilizzato per la captazione dell'acqua, ma in un secondo momento fu adibito a discarica per i rifiuti della casa. E non mancano curiosità sui grandi magazzini di Augusto: gli scavi ne hanno rivelato per la prima volta anche il cantiere edilizio allestito duemila anni fa. Un potente basamento di blocchi di tufo su cui fu poggiata la gru utilizzata per il sollevamento del travertino con cui fu realizzato il fabbricato augusteo.
 

Ultimo aggiornamento: 09:15 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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