Roma, morto dopo il trapianto di un cuore già malato: indagati cinque medici

Giovedì 26 Ottobre 2017 di Michela Allegri
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ROMA Un trapianto di cuore finito male e, soprattutto, il sospetto che i dottori che hanno eseguito l'intervento abbiano impiantato a un paziente un organo danneggiato. Ora, per il caso del sessantunenne morto un anno fa all'ospedale San Camillo di Roma per complicanze legate a quell'operazione, la procura di Milano ha iscritto sul registro degli indagati cinque medici. Tre di loro sono del nosocomio romano. Altri due, invece, sono del San Raffaele di Milano. Il pm Antonio Cristillo procede per omicidio colposo e ha disposto un nuovo accertamento peritale. Sulla vicenda si sono già espressi due consulenti nominati dalla procura della Capitale: «Era raccomandabile un atteggiamento caratterizzato da maggiore ponderazione e che tenesse conto della verificazione di un evento evitabile», hanno scritto nella relazione depositata ai magistrati di piazzale Clodio che hanno inviato gli atti per competenza nel capoluogo lombardo. L'eventuale errore iniziale, infatti, starebbe a monte: il donatore, deceduto per annegamento, era di Milano. E proprio lì la commissione del San Raffaele avrebbe giudicato l'organo come «idoneo per il trapianto». Circostanza ribadita sia dal nosocomio lombardo che dal San Camillo. «Tutte le procedure sono state rispettate e l'organo, dopo gli esami, è risultato idoneo», hanno detto dal Centro nazionale trapianti. Anche i medici romani non hanno dubbi: «Il cuore era perfetto». La conclusione dei periti capitolini, però, è diversa: «Si ritiene fosse prevedibile il fallimento funzionale di un organo che aveva già subito un insulto ischemico protratto», scrivono i medici legali incaricati dal procuratore aggiunto Nunzia D'Elia e dalla pm Claudia Alberti di eseguire l'autopsia e di svolgere accertamenti specifici sull'organo impiantato. Per gli specialisti, maggiori accorgimenti avrebbero forse permesso di evitare il decesso.

L'INTERVENTO
Prima dell'intervento il paziente era in vacanza con la famiglia. Si sentiva bene, ma il suo quadro clinico era critico: se non avesse ricevuto un nuovo cuore sarebbe morto entro un anno. Era in lista da tempo per un trapianto. È deceduto a distanza di pochi giorni dall'intervento che avrebbe dovuto salvargli la vita, nell'estate del 2016. L'inchiesta è scattata dopo la denuncia sporta dai familiari, assistiti dall'avvocato Loredana Vivolo. Al vaglio degli inquirenti, le condizioni di salute del donatore. «È il 25 agosto del 2016 - si legge nella perizia - un quarantottenne, in sovrappeso corporeo, aveva presentato arresto cardiaco, perdita di coscienza e sommersione in una piscina» a Milano. «Aveva subìto un arresto cardiaco prolungato di almeno sette minuti - proseguono i consulenti - Dopo la ripresa dell'attività cardiorespiratoria seguiva un ulteriore arresto cardiaco e anche durante la degenza all'ospedale San Raffaele si assisteva a un episodio ipotensivo con successiva ripresa spontanea del circolo». Era morto poche ore dopo. Il suo cuore, giudicato idoneo al trapianto, era stato portato al San Camillo. Nella perizia si legge che il nulla osta all'espianto sarebbe stato dato, «pur non avendo evidenziato spiegazioni attendibili dell'arresto cardiaco». Un dettaglio «non trascurabile», per i consulenti. Il cuore del donatore, inoltre, «presenta numerose aree cicatriziali risalenti a insulti ischemici pregressi».

 

Ultimo aggiornamento: 09:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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