Papa Francesco: «Non lascio». L'accusatore Viganò: «Temo per la mia vita»

Mercoledì 29 Agosto 2018 di Franco Garelli
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La barca di Pietro non sembra uscire dal mare in tempesta. Un mare così burrascoso che cinque anni fa ha costretto Benedetto XVI al grande gesto delle dimissioni, per la consapevolezza lucida e onesta di non aver forze sufficienti per fronteggiare la situazione interna alla Chiesa.
Ormai troppo lacerata da conflitti e contraddizioni. E che oggi rende la vita difficile anche al suo successore, che pure cerca con vigore di continuare un'azione di riforma dagli esiti incerti.
Il tema rovente dell'attuale contesa è, come si sa, la piaga della pedofilia nel clero cattolico mondiale. Un dramma che si trascina da tempo, con tanto di vittime e carnefici, rispetto al quale si produce una grande divergenza di vedute nei piani alti della Chiesa stessa. Tutti ovviamente concordano sulla necessità e urgenza di debellare questo crimine atroce, che incrina fortemente la sacralità ecclesiale. Ma il conflitto è acuto sui modi e sui tempi di questo processo, con alcuni che lanciano nei confronti del pontefice delle accuse infamanti, come quella di impegnarsi in questo campo più a parole che nei fatti o di tardare a prendere delle drastiche decisioni di fronte a situazioni note.
È quanto sostiene, ad esempio, monsignor Carlo Maria Viganò, ex nunzio apostolico a Washington, che a fronte di un suo dossier che proverebbe che da anni i vertici ecclesiali erano a conoscenza delle accuse e degli abusi chiede al Papa di rassegnare le dimissioni e alla Chiesa di innescare un vero e proprio impeachment del suo attuale leader.
Tuttavia, l'impressione di fondo è che dietro questi recenti strali vi sia dell'altro, che riguarda lo stile e gli indirizzi stessi di questo pontificato. Un disegno più organico, che si radica nella convinzione (diffusa in alcune aree della cattolicità e in alcuni episcopati) che la Chiesa di Bergoglio sia troppo arrendevole rispetto al nuovo che avanza, troppo dialogica con la coscienza moderna, perlopiù afona rispetto al tema della verità religiosa e ai valori della tradizione. Insomma: oggi si cavalca il dissenso sulla gestione del crimine della pedofilia del clero perché questo è il tema tragico del momento, ma l'obiettivo è più pretenzioso, rientra nella sfida di alcuni settori ecclesiali ad una forma di Chiesa in cui non si riconoscono. Del resto è a tutti noto il legame di questo ultimo accusatore (monsignor Viganò) con la destra cattolica americana, che ha nel cardinale Burke la sua figura di maggior spicco.
L'episcopato Usa è tendenzialmente tradizionalista, ma a fianco di quanti criticano Bergoglio per le sue aperture pur mantenendo salda un'appartenenza cattolica, si danno altre frange cattoliche più propense ad una possibile rottura con Roma, come espressione di una Chiesa (forse influenzata dal modello protestante) più libera e meno vincolata da antichi legami.
Quanto le accuse rivolte a Bergoglio circa il modo in cui gestisce la questione della pedofilia del clero colgono nel segno? Papa Francesco ha davvero preso alla larga o alla leggera questa piaga della Chiesa? Si limita ad esprimere al riguardo a nome della Chiesa tanti mea culpa pubblici (anche molto sentiti e scenografici) ma non seguiti da adeguate misure ecclesiastiche tese a affrontare radicalmente la situazione?
Molte di queste riserve paiono davvero ingenerose, se si guarda ai provvedimenti e alle decisioni anche sofferte operate da Bergoglio in questo campo. In sintonia con quanto già espresso da Benedetto XVI, Papa Francesco sin dall'inizio del suo pontificato si è molto speso per arginare e debellare questo male ecclesiale. Istituendo da subito una commissione pontificia per la tutela dei minori abusati, inserendo tra i suoi membri anche alcune vittime dei clero pedofilo; chiedendo alle conferenze episcopali di tutto il mondo di far proprie le guide antipedofilia varate dalla Santa Sede, che prevedono che fatti di questo tipo non siano più oscurati o tenuti segreti e l'obbligo di denunciare i presunti abusi alle autorità civili; emanando norme molto più severe rispetto al passato per la selezione dei candidati al sacerdozio in tutto il mondo; introducendo nella giurisdizione vaticana il reato specifico di pedo-pornografia; e ancora, di recente, coinvolgendo sulla questione l'intero popolo di Dio, mediante una lettera che chiede a tutte le comunità cattoliche sia di denunciare le situazioni disordinate di cui esse sono a conoscenza, sia di contrastare quel clericalismo che a suo dire costituisce la matrice di fondo di questi abusi (tipico di una élite superiore che ritiene di potersi permettere di tutto).
E non sono mancati fatti e decisioni anche eclatanti. Tra queste, la riduzione in questi anni allo stato laicale di alcune centinaia di sacerdoti che si sono macchiati di crimini sessuali verso minori; la destituzione dal cardinalato dell'anziano monsignor McCarrick, un gesto quasi senza precedenti nella storia millenaria della Chiesa; la richiesta di dimissioni a tutti i vescovi del Cile (alcuni dei quali già stati rimossi), una realtà ove è emersa una singolare rete di copertura della pedofilia del clero, per alcuni aspetti anche sottovalutata nel tempo dallo stesso Bergoglio (come egli stesso ha coraggiosamente ammesso).
Dunque, non si può dire che Francesco predichi soltanto una tolleranza zero di facciata su questo dramma della chiesa. Anche se la vicenda è vischiosa, se non tutte le denunce sono innocenti, se oltre alle colpe vere e provate non mancano i ricatti. Qualche limite nella sua azione è evidente, ma rientra nella difficoltà di dipanare una matassa complessa e purulenta.
Resta comunque l'immagine di una chiesa cattolica che anche su un tema così spinoso si divide al suo interno, più che trovare in questa prova un motivo unitario per purificarsi e dare nuovo slancio alla sua missione nel mondo.
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Ultimo aggiornamento: 14:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA