Monsignor Viganò si difende dalle accuse e rilancia: «Corruzione è arrivata ai vertici»

Mercoledì 29 Agosto 2018 di Franca Giansoldati
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Città del Vaticano - Carlo Maria Viganò, l'arcivescovo che ha chiesto le dimissioni del Papa per non avere punito con prontezza il cardinale McCarrick, un predatore seriale, rompe il silenzio per difendersi dal fango che gli sta cadendo addosso e per fare chiarezza. «Non si sa più dove attingere il veleno per distruggere la mia credibilità. Qualcuno ha persino scritto che sono stato ricoverato due volte con trattamento obbligatorio (TSO) per uso di droga; c’è chi si immagina cospirazioni, complotti politici, trame di ogni genere, eccetera, ma ci sono anche molti articoli di apprezzamento e ho avuto modo di vedere messaggi di sacerdoti e fedeli che mi ringraziano, perché la mia testimonianza è stata per loro un barlume di speranza nuova per la Chiesa». Viganò ripete di non essere mosso da sentimenti di vendetta o di rancore. «Come ho scritto all’inizio della mia testimonianza, avevo sempre creduto che la gerarchia della Chiesa avrebbe trovato in se stessa le risorse per sanare tanta corruzione. Lo scrissi anche nella mia lettera ai tre cardinali incaricati da papa Benedetto di indagare sul caso Vatileaks, lettera che accompagnava il rapporto che consegnai loro: Molti di voi – scrissi – sapevate, ma avete taciuto. Almeno ora che avete avuto questo incarico da Benedetto abbiate il coraggio di riportare con fedeltà quanto vi è stato rivelato di tante situazioni di corruzione». 

Viganò afferma che «oramai la corruzione è arrivata ai vertici della gerarchia della Chiesa». Poi tira in ballo i cardinali Julian Herranz, Jozef Tomko e Salvatore De Giorgi che erano stati chiamati per iniziare a fare un po’ di pulizia in Curia ai tempi di Vatileaks. 

«Io il corvo? Come avete visto con la mia testimonianza, sono solito fare le cose alla luce del sole! Io all’epoca da tempo ero a Washington e certo avevo altro a cui pensare. (...) Come già ho detto, rancore e vendetta sono sentimenti che non mi appartengono. La mia resistenza a lasciare il mio compito al Governatorato era motivata da un profondo senso di ingiustizia per una decisione che sapevo non corrispondeva alla volontà che papa Benedetto stesso mi aveva manifestato. Il cardinale Bertone pur di allontanarmi aveva commesso una serie di gravi abusi di autorità: aveva sciolto una prima commissione di tre cardinali che papa Benedetto aveva nominato per indagare sulle gravi accuse mosse da me - come segretario generale e dal vice-segretario generale monsignor Giorgio Corbellini - sugli abusi commessi da monsignor Paolo Nicolini (funzionario dei musei vaticani ndr)».  Viganò spiega che Nicolini già nel 2011 doveva essere licenziato ma poi la cosa finì in nulla, insabbiata. 

Le dichiarazioni di Viganò sono riportate in una intervista rilasciata al blog di Aldo Maria Valli, vaticanista del Tg1. INfine, ultimo argomento affrontato è la lacerante guerra all'interno della famiglia Viganò per la gestione ereditaria del notevole patrimonio paterno.   «Il 20 marzo 2013 i miei fratelli avevano preparato un comunicato per la stampa, alla cui pubblicazione io allora mi opposi per evitare di coinvolgere tutta la famiglia. Poiché ora si continua a ripetere l’accusa di mio fratello don Lorenzo, e cioè che io avrei mentito a papa Benedetto scrivendo della mia preoccupazione di dover partire perché dovevo prendermi cura di mio fratello malato, ho deciso di rendere pubblico ora il comunicato. Dalla sua lettura appare evidente come io sentissi la grave responsabilità morale di prendermi cura e di proteggere mio fratello». 
 

Ultimo aggiornamento: 31 Agosto, 08:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA