LUIGI DI MAIO

Caso mail, Di Maio azzoppato chiede perdono in lacrime

Giovedì 8 Settembre 2016 di Simone Canettieri e Lorenzo De Cicco
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Di Maio

Ha gli occhi lucidi, Luigi Di Maio, quando incontra Grillo, insieme agli altri membri del direttorio M5S. Basta uno sguardo, poi subito l'abbraccio con il fondatore del Movimento, con la commozione ormai impossibile da trattenere. «Beppe, ho sbagliato. Ora ci devo mettere la faccia, fino in fondo. Parlo dal palco a Nettuno e mi prendo le mie responsabilità», dice il vicepresidente della Camera, nella giornata forse più difficile da quando è il leader in pectore dei Cinquestelle.

Una leadership, quella del vicepresidente della Camera, messa a dura prova dalla email del 5 agosto, anticipata dal Messaggero, in cui Paola Taverna, componente dello staff romano che affianca la sindaca Raggi, lo ha informato delle indagini a carico di Paola Muraro, l'assessore all'Ambiente sotto inchiesta per reati ambientali. Dunque Di Maio o ha mentito o «non ha capito». Due precondizioni, la capacità e la sincerità, necessarie per chi ha l'ambizione di essere protagonista della scena politica italiana. «Ho commesso un errore, ho sottovalutato la situazione», ribadisce poi Di Maio, in serata, durante il comizio organizzato da Alessandro Di Battista sul litorale romano, parlando subito dopo «Beppe». Accanto a lui, ci sono proprio Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Roberto Fico. Gli altri membri del Direttorio che proprio di quella mail (e della Muraro indagata), hanno dichiarato di non saperne nulla.

IL COLLOQUIO
Ma c'è un prima e un dopo, nella giornata del parlamentare di Pomigliano che ha scalato le gerarchie del Movimento. È l'incontro con il comico genovese. Un colloquio franco, in cui anche le perplessità più forti del Direttorio verso la gestione del Campidoglio (vedi Carla Ruocco e Roberto Fico) vengono almeno temporaneamente smussate, alla ricerca di un compromesso. Anche Di Maio capisce che «non possiamo danneggiare il M5S». E ripete: «Dobbiamo crescere, se vogliamo arrivare al governo del Paese»; in questa fase serve «più umiltà, da parte di tutti». E alla fine è lui il primo a esercitarsi nel mea culpa. Sa che non ci sono altre strade per tentare di recuperare una leadership che da questa vicenda appare comunque azzoppata. E anche che certi equilibri sono destinati a cambiare: da una parte il ritorno sulla scena delle romane Taverna e Roberta Lombardi, dall'altra l'ascesa di Di Battista, ieri molto applaudito.

Ecco perché, quando sale sul palco di Nettuno, Di Maio cerca di essere di nuovo solo «Luigi». Via l'abito blu d'ordinanza, via il profilo istituzionale tenuto negli ultimi mesi. «Devo delle spiegazioni al popolo del M5S», esordisce in maniche di camicia. «Sono qui per guardarvi negli occhi e dirvelo: ho sbagliato, ho sottovalutato». E va dritto al punto: «Paola Muraro è indagata. Ma non conosciamo le carte. Potrebbe essere un reato punibile anche con una semplice multa». Per questo, ripete, «dobbiamo leggere gli atti». Una concessione pubblica alla linea della Raggi, che svela l'intento di ammorbidire i toni, di non far emergere lo scontro frontale tra i vertici pentastellati e la sindaca della Capitale.

Ma tutto il discorso del «leader in pectore» ruota attorno all'ammissione delle sue responsabilità, soprattutto nei confronti dei «colleghi» del Direttorio: «Quando ho letto la mail e i messaggi, pensavo che quelle denunce venissero dal vecchio presidente di Ama, nominato dal Pd, che ha presentato 14 esposti in Procura», dice Di Maio. Insomma, vicende «di secondo piano», come dirà ai suoi, originate da «attacchi strumentali dei democratici». Solo dopo, «a settembre - sostiene il vicepresidente di Montecitorio - ho capito che la Muraro era indagata già da aprile». Una versione che non convince tutti. La Taverna, nella mail rivelata da questo giornale, parla di «situazione delicata» di «imminente avviso di garanzia» che portino a «contestazioni di maggiori gravità». Ecco perché la storia pensavo che fosse tutta colpa delle denunce del Pd, recitata da Di Maio sul palco, ha delle falle.

Nella coda dell'intervento, c'è la mossa studiata e soppesata durante tutta la giornata. Il No alla candidatura olimpica di Roma. Lo stop per cui la corrente Di Battista-Taverna è in pressing da settimane. Alle fine lo dice lui, che fino a ieri aveva sposato la linea della prudenza. Ma ieri, ragionavano nel suo entourage, serviva un cambio di passo, un cedimento che andasse incontro alla frangia (romana) più intransigente del M5S. Che ha già iniziato a smontare il piano Di Maio per Roma, inteso per il Campidoglio, chissà se vale anche per Palazzo Chigi.

Ultimo aggiornamento: 13:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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