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Lockdown e Covid, il presidente del Censis De Rita: «Italiani in letargo per la paura, nessuno ci viene a svegliare»

Lockdown e Covid, il presidente del Censis De Rita: «Italiani in letargo per la paura, nessuno ci viene a svegliare»
di Mario Ajello
5 Minuti di Lettura
Martedì 9 Marzo 2021, 06:16 - Ultimo aggiornamento: 10 Marzo, 12:05

È passato un anno, professor De Rita. I morti sono a quota 100mila, il contagio continua a crescere e si parla di nuove chiusure. Serve un nuovo lockdown?
«Se la curva resta questa, così pericolosa, dobbiamo fare qualcosa di radicale. E la dose di paura crescente credo che farà accettare un nuovo lockdown e vedremo di che tipo. La strategia dei colori non ha creato un contrasto reale e duro al virus. Io, come si sa, sono sempre stato per le differenziazioni territoriali. Ma questa volta devo dire che la divisione per territori non ha giovato».
Ma la seconda ondata sembrava approcciabile in questa maniera.
«E invece, no. Non siamo stati abbastanza decisi nel contrasto. Ora siamo in una terza ondata che si dice sarà terribile, e ha bisogno di una risposta totale. La campagna di vaccinazione veloce e a tappeto, io vaccinerei anche in mezzo alla strada, e insieme a questa il lockdown. Si deve essere inflessibili su queste due cose. Sono quelle a cui la gente dà affidamento. Se il Cts dice che siamo vicini al baratro, non ci possono essere mezze misure».

 


Lei, che ha quasi 90 anni, si è vaccinato?
«L'ho fatto poco prima che lei mi telefonasse».
Come è andata?
«Benissimo. Ma ho notato una cosa. C'è stato un assembramento tra chi faceva la prima puntura e chi il richiamo. E sono volate urla da parte di questi ultimi: ma come, ci siamo salvati dal Covid finora e adesso rischiamo che voi, non ancora vaccinati, ce lo passate!».
Una guerra tra anziani spaventati?
«Proprio questo è il punto. Le ho raccontato questo episodio perché conferma il livello profondo di paura in cui gli italiani si trovano. L'unica possibilità di salvarsi dal Covid è il vaccino e questo è diventato il trofeo da mettere in bacheca. La richiesta che viene ora dal Paese è fortissimamente il vaccino. La richiesta che sta nascendo e che nei prossimi mesi, se l'incubo contagio diminuisce, si prenderà la scena è un'altra e la riassumo così: dateci una motivazione, esistenziale, lavorativa, economica, sociale, per andare avanti».
Oltre alla motivazione serve anche un motivatore: va bene Draghi?

«Per ora non parla, giustamente. Quando sarà risolto il problema della paura, la gente si aspetta da lui un discorso del tipo: ho risolto l'emergenza sanitaria, e adesso vi dico su che cosa possiamo motivarci tutti insieme. Dovrà entrare nella testa di ciascuno e fare in modo che ognuno si sentirà motivato. Dopo la seconda guerra mondiale, eravamo motivati come matti a ripartire. E anche negli anni 70, quando facevamo economia sommersa, nel boom delle piccole imprese, nell'inizio della grande stagione del made in Italy. Eravamo fortemente motivati quando disegnavamo lavatrici e scarpe».
Ora siamo disillusi?
«Andando in giro il sabato pomeriggio a Roma ho notato una cosa. La gente affolla il centro ma non entra nei negozi. Sembriamo un popolo in trance. Guardiamo le vetrine, ma non mettiamo a fuoco e non compriamo. Vedendo queste scene mi sono detto: ma che cavolo, abbiamo bisogno di reagire! Poi ho pensato: magari siamo un popolo in letargo. Ma ci sveglieremo a primavera? Me lo chiedo di continuo».
Servono i vaccini e i motivatori per svegliarci?
«Speriamo che ci siano. Intanto vedo, purtroppo, che la logica del Recovery Plan è tutta basata sullo slittamento delle cose da fare molto avanti nel tempo. Si immagina molto il futuro ma si pensa troppo poco al qui e ora. La visione ci vuole ma non a scapito della concretezza. Uno che deve riaprire il bar, non si sente motivato dalla transizione ecologica nel 2030. Uno che torna in ufficio dopo lo smart working vuole che la motivazione cominci subito, sulla cose da fare e non su quelle da immaginare. Se non facciamo questo scatto immediatamente pragmatico, il rischio è che molti torneranno in letargo».
Intanto i vaccini li organizza un generale. Giusto?
«Una scelta coerente. Primo perché in Italia non esiste nessuna cultura della logistica che non sia quella dell'esercito. E i militari possono farcela. E poi. Garattini, il nostro più grande farmacologo ha detto, magari esagerando un po' ma neanche tanto, che la salute pubblica è un bene come la difesa dal nemico alle frontiere. Concordo abbastanza: se la sanità è come la difesa, va organizzata dai generali. Il sistema sanitario dev'essere forte, reputazionale, organizzato, capace di resistere a un assalto esterno e di dare sicurezza ai cittadini».
Ma non è sempre la politica che deve comandare?
«Politici e tecnici devono integrarsi. Poi è chiaro che la decisione finale spetta alla politica. Ora le racconto questo. Un giorno De Mita mi disse: a De Ri', la devi fare finita. Io sono un politico, non posso leggere le tue analisi del Censis e fare quello che dici tu, io le leggo volentieri ma poi faccio quello che dico io».
Sbagliava Ciriaco?
«L'importante, anche in questo, è non esagerare».
 

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