Casellati: «La vera emancipazione è passare dalle quote al merito»

Casellati: «La vera emancipazione è passare dalle quote al merito»
di Barbara Jerkov
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Lunedì 8 Marzo 2021, 07:21 - Ultimo aggiornamento: 10:49

Ai tempi della polemica sulla direttrice d'orchestra Beatrice Venezi che a Sanremo ha voluto puntualizzare di essere «un direttore d'orchestra», viene in mente che Maria Elisabetta Alberti Casellati, già tre anni fa, il giorno dopo la storica elezione alla Presidenza del Senato, ci tenne a chiarire che voleva essere chiamata il Presidente e non la Presidente. «Non è una parola a cambiare il modello di vita o il percorso di emancipazione femminile», avverte la seconda carica dello Stato. «Anche scegliere come farsi chiamare è una conquista».

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Due lauree, scuola Rotale, docente universitaria, autrice di due libri e di numerosi articoli, avvocato in utroque iure. E ancora. Prima donna dei tribunali ecclesiastici del Triveneto. Prima donna presidente del Senato nel 2018. Madre di due figli, un nipote. Per dire che appare la persona più giusta per discutere del senso che ha (o non ha) celebrare ancora oggi l'8 Marzo. E lei lo dice molto chiaramente: «Non vorrei più onorare la Festa dell'8 Marzo perché significherebbe che la parità è finalmente raggiunta».

Presidente, quest'anno la Festa della Donna cade in un momento particolarmente difficile a livello mondiale. E le donne sono forse le più colpite, tra scuole chiuse, posti di lavoro a rischio, perfino violenze domestiche in aumento. Può essere l'occasione per uscire dalla retorica e dare un nuovo slancio a interventi concreti a sostegno delle donne?
«L'8 marzo ci ricorda che il percorso dell'emancipazione femminile è una sfida ancora aperta, da vincere sul piano della cultura, ancor prima che su quello della legislazione. Fin dall'inizio della pandemia ho denunciato il rischio che la crisi finisse per scaricarsi interamente sulle donne. A distanza di un anno, debbo dire che purtroppo è stato così. Le restrizioni imposte dalla pandemia hanno ricacciato le donne dentro le mura domestiche, costringendole a dividersi tra figli, anziani, ammalati, casa e lavoro. Per sorreggere l'impalcatura del Paese, le donne hanno pagato un prezzo altissimo in termini di posti di lavoro persi e di carriere interrotte, oltre che di segregazioni forzate e violenze. Oggi l'Italia, per tasso di occupazione femminile, è agli ultimi posti in Europa. Un record negativo che va cancellato. A causa della pandemia, quasi per assurdo le donne si trovano a dovere recuperare 50 anni di emancipazione. Questo produce un rischio elevato non solo per la loro affermazione personale e professionale, ma per l'economia stessa del Paese. L'apporto delle donne è dunque fondamentale per le attività produttive e lo hanno dimostrato da sempre nella capacità di lavorare in una situazione di sacrificio e difficoltà tra casa e lavoro e senza poter contare sulle necessarie infrastrutture sociali. Ripartiamo dalle donne nel mondo delle imprese e delle professioni: è su questa sfida che va ricostruita l'Italia di domani».

La nascita del governo Draghi ha suscitato polemiche per le poche ministre presenti, il Pd in particolare non ne ha indicata nemmeno una. Spesso le prime a non voler sentir parlare di quote rosa sono proprio le donne: ma senza quote obbligatorie come realizzare un'effettiva parità anche in politica e nelle istituzioni?
«Le quote rosa sono servite e purtroppo serviranno ancora per aprire le porte delle istituzioni a tante donne di talento. Ma questo significa che dopo dieci anni di meccanismi di ingegneria elettorale il cambiamento culturale che le quote avrebbero dovuto innescare non si è verificato. Che dire ad esempio del linguaggio sessista e discriminatorio che continua a imperversare anche in politica sulle donne in quanto donne? È una vergogna che un Paese maturo deve cancellare. Occorre un cambio di passo che ponga al centro la competenza e il merito. Nei concorsi pubblici le donne sono quelle che ottengono sempre i migliori risultati. E qui mi consenta una provocazione».

Prego, Presidente
«Se in tutte le nomine si procedesse per concorso, immagino che dovremmo parlare di quote azzurre».

C'è stato un momento della sua vita in cui si è sentita svantaggiata dal suo essere donna rispetto ai colleghi uomini, e se sì, come l'ha affrontato? C'è un consiglio che darebbe alle ragazze che si affacciano oggi al mondo del lavoro?
«Anni fa, le donne, nel mondo delle professioni e dell'imprenditoria, erano davvero poche. E avevano un enorme svantaggio competitivo rispetto agli uomini: bisognava lavorare di più e meglio di loro per essere considerate e farsi apprezzare per le proprie capacità. Ho sempre pensato che i pregiudizi si combattono con lo studio, con il sacrificio e con il coraggio delle proprie idee. Questo vale nel mondo del lavoro, in politica e, in generale, nella vita. E ciò senza dover rinunciare alla famiglia e alla maternità. Su queste basi io stessa ho costruito la mia carriera. Per cui il consiglio che rivolgo alle giovani donne si riassume in tre parole: disciplina, lavoro e coraggio. Non ci sono scorciatoie».

La pandemia torna ad aggravarsi. Quali aspetti la preoccupano di più?
«Tutto il Paese si aspetta dall'attuale governo una sola cosa: vaccini subito, vaccini per tutti. Bisogna mettere in campo tutte le risorse necessarie per l'approvvigionamento e, in prospettiva, anche per la produzione in proprio. Proteggere la popolazione dai rischi del contagio significa un ritorno alla normalità. E cioè una rinascita economica delle tante realtà produttive, culturali, turistiche oggi congelate dall'emergenza».

E i giovani?
«I giovani che stanno vivendo questo tempo difficile verranno ricordati come la generazione chiusa dietro una porta. Penso alle ragazze e ai ragazzi che oggi vivono scuola e socialità solo attraverso lo schermo del computer. Così la pandemia ha infettato anche le menti. Ne è la prova l'aumento del numero dei tentativi di suicidio e dei disturbi psichiatrici. Non possiamo stare a guardare. Per uscire da questa situazione l'obiettivo primario è ripartire dalla scuola, dalla scuola in presenza. Dobbiamo fare di tutto perché i giovani possano tornare presto in classe in sicurezza».

Il Parlamento ha saputo rispondere in maniera adeguata all'emergenza? Sono tante le riforme annunciate e rimaste ferme in questi mesi. Un altro dei prezzi pagati al Covid?
«Il Senato, come la Camera, ha lavorato senza fermarsi per garantire continuità ai lavori parlamentari. In questi dodici mesi non è mai stato in quarantena. Ha approvato provvedimenti importanti e, quando è stato chiamato in causa, ha dato il proprio contributo sui temi cruciali dell'emergenza. Il prezzo che le Camere hanno pagato al Covid è stato semmai il mancato coinvolgimento sulle limitazioni alle libertà personali ed economiche che sono state prese usando sistematicamente lo strumento dei Dpcm. Mi auguro che il nuovo governo, dopo l'iniziale periodo di assestamento, faccia della centralità del Parlamento un punto fermo del suo metodo di azione».

Un governo di larghe intese come quello attuale può essere l'occasione proprio per prendere decisioni coraggiose, vista la base parlamentare larga su cui può contare?
«L'unità nazionale è un punto di partenza, non di arrivo. Occorre un cambio di passo che significa lavoro, lavoro, lavoro e soldi nelle tasche degli italiani. Occorre proteggere tutto il sistema economico e produttivo e quindi l'operatività delle imprese per fare ripartire il Progetto Italia, le grandi riforme che dovranno ridisegnare i prossimi vent'anni. Penso alla riforma fiscale. Penso alla sburocratizzazione del Paese. Penso alla necessità di importare nei cantieri quel modello Genova che, senza burocrazia e senza vincoli, ha coniugato velocità di esecuzione e rispetto della legalità. La semplificazione è la strada da percorrere sempre, dalla pubblica amministrazione alla giustizia».

I fondi del Recovery sono una straordinaria opportunità per l'Italia, ma allo stesso tempo è forte il timore che possano disperdersi in mille rivoli. C'è qualcosa che il Parlamento può fare per vigilare sul loro utilizzo?
«Per vincere la partita del Recovery Fund, un'occasione storica che non può essere sprecata, ci vogliono progetti strutturali. Il problema non è fare debito, ma come utilizzarlo. Ce lo ha ricordato un anno fa il presidente Draghi, considerando il debito pubblico una leva di emergenza che va azionata per immettere liquidità nel sistema e innescare quegli investimenti che sul lungo periodo producano crescita. Così si genera debito buono e non quello cattivo creato dalle politiche assistenziali dei mille rivoli. Il Parlamento può dare un contributo fondamentale affinché i fondi vengano usati per proteggere occupazione e produttività e sanare le disuguaglianze, superando una volta per tutte la finanza dell'emergenza».
 

 

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