Green pass al via, l'Italia non si ferma. Draghi: «È andata bene»

Tutti al lavoro con il Qr code: porti e autostrade, niente paralisi. Boom dei tamponi. Il premier: è andata bene. Picco di certificati di malattia: richiamo dell’Ordine ai medici

Green pass al via, l'Italia non si ferma. Draghi: «È andata bene»
di Diodato Pirone
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Venerdì 15 Ottobre 2021, 23:59 - Ultimo aggiornamento: 16 Ottobre, 09:18

Tanto tuonò che non piovve. Nessun “venerdì nero” nel giorno dell’entrata in vigore del Green pass in tutti i posti di lavoro e per 23 milioni di occupati (a partire dal premier Mario Draghi che lo ha mostrato stamane entrando a Palazzo Chigi). L’Italia ha funzionato come negli altri giorni: i treni hanno viaggiato, gli autobus hanno trasportato i pendolari, gli uffici pubblici hanno aperto i battenti, e si contano sulle mani le linee di montaggio che hanno sospeso la produzione. Persino la richiesta di tamponi, molto più alta del normale, è stata soddisfatta senza grandi problemi. Per il presidente di Confindustria Carlo Bonomi, ha prevalso il senso di responsabilità. Se si fosse giocato a tennis, la partita fra il governo e i “No Green Pass” sarebbe finita sul 6 a 0 per Palazzo Chigi se non fosse per qualche picco sul fronte dell’assenteismo testimoniato dall’impennata - peraltro nemmeno esagerata - dei certificati di malattia inviati all’Inps.

Green pass, primo giorno: nessun trionfalismo 

Lo staff di Mario Draghi non ha mostrato trionfalismo ma è trapelata una certa dose di soddisfazione del premier di fronte al buon funzionamento del Paese, condita dalla serenità assicurata dallo svolgimento tutto sommato ordinato, democratico e persino festoso di decine di manifestazioni. Alla fine della giornata resta sul tappeto la disponibilità del governo a valutare un aumento del credito d’imposta per le aziende che hanno deciso o decideranno di pagare i tamponi agli “irriducibili” no vax. Ma non sono previste su questo fronte decisioni imminenti mentre il ministero della Salute ha deciso di accettare come validi i vaccini Pfizer, Moderna, AstraZeneca e J&J fatti da cittadini italiani all’estero. I partiti, in primis la Lega, hanno detto di voler cambiare il testo del decreto che istituisce l’obbligo del pass.

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Le proteste


Ma torniamo alle proteste. Si sono svolte in tutta Italia decine di micro-manifestazioni, le più affollate a Trieste e Roma con una partecipazione di alcune migliaia di persone, ma di blocchi e di disastri neanche l’ombra. 
Nella sorpresa generale dei mezzi di informazione ha funzionato persino il porto di Trieste e i sindacati confederali hanno ribadito che loro non scioperano. È apparso abbastanza paradossale l’elezione del porto di Trieste, geograficamente periferico, a epicentro di una protesta popolare nazionale. E dire che fino a 24 ore fa nelle intenzioni dei “No Green Pass” portuali del capoluogo giuliano lo scalo di Trieste doveva essere bloccato per settimane per «lasciare senza merci gli altri paesi che convinceranno l’Italia a ritirare questo provvedimento», come è arrivato a dichiarare, con candore sconosciuto fra i sindacalisti italiani, il leader triestino della protesta, Stefano Puzzer. Che, tra l’altro, dovrà vedersela con l’inchiesta della Commissione sugli scioperi che preannuncia multe pesanti.

 

Un flop dunque? Una maxi-burla, come ha detto il presidente del porto? Nella guerra delle parole i “No Green Pass” hanno ottenuto uno spazio enorme e ne sono felici. Ma secondo la grande maggioranza degli osservatori hanno mostrato per l’ennesima volta pochezza strategica e frammentazione anarchica. Quanto avvenuto ieri conferma la marginalità dei “No Green Pass” di fronte ai 46 milioni di vaccinati che fanno degli italiani uno dei popoli più seriamente impegnati nella guerra contro il Covid-19, come ha riconosciuto ieri anche il New York Times. Non a caso a Palazzo Chigi si accarezza l’idea di portare al 90% la quota di vaccinati. La marginalità dei “No Green Pass” è emersa proprio nella scelta di Trieste, città (e porto) italianissima, ma non certo il cuore della nostra logistica . E comunque ieri si è capito che la crisi dello scalo di Trieste sarebbe colta al volo come un’opportunità dagli scali concorrenti sloveni, del Sud. La protesta - pacifica e persino abbellita dal dono di mazzi di fiori ai poliziotti - ha così preso una piega anomala e “dolce”. In alcuni momenti le televisioni, che hanno seguito le proteste per tutta la mattina in diretta, sembravano trasmettere un evento che aveva i tratti di una maxi-festa di liceali in cerca di un baricentro.

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