Calenda e il caso Giorgetti: «Ormai di Carrocci ce ne sono due, Giancarlo deve dimostrarsi leader»

Il leader di Azione: "Presto Berlusconi si libererà dal gioco di Salvini e Meloni"

Calenda e il caso Giorgetti: «Ormai di Carrocci ce ne sono due, Giancarlo deve dimostrarsi leader»
di Mario Ajello
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Giovedì 4 Novembre 2021, 07:13 - Ultimo aggiornamento: 16:37

Carlo Calenda, lei è stato il primo a esultare per le uscite anti-sovraniste di Giorgetti. Come mai?
«Perché è un fatto molto importante che Giorgetti dica alla Lega di diventare un normale partito del centrodestra europeo, aderendo al Ppe e lasciando perdere ungheresi e polacchi».
Quelli con cui proprio ieri Salvini ha parlato e non è per nulla intenzionato, tutt'altro, a mollare Orban oltre che a tenersi Bolsonaro?
«Ci sono due Leghe. Una matura e di governo. Un'altra immatura e confusionaria, destinata a non contribuire in modo serio al governo del Paese».

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Ma Salvini è entrato nella maggioranza che sostiene Draghi. Non va considerato questo sforzo?
«Non è servito a niente. Ogni giorno, Salvini prende una posizione diversa e chiede a Draghi un incontro inutile. Poi esce da questi incontri e contraddicendo la posizione precedente. E' accaduto sul Green pass e sulle pensioni».
Molti sostengono però che Giorgetti non è un leader.
«Le cose che sta dicendo in questi giorni, che lo accomunano ad altre personalità leghiste, da Zaia a Fedriga, dimostrano un profilo di leadership che si va definendo».
Giorgetti, Crosetto, Carfagna, Brunetta e altri come loro dovrebbero convergere al centro e incontrarsi con Azione?
«Tutti loro non c'entrano nulla con Salvini e Meloni. Quello che occorre fare è chiudere la stagione del bipopulismo che da 30 anni blocca il Paese».
Addirittura 30 anni?
«Sì, dalla nascita della Prima Repubblica è solo uno scontro ideologico tra destra e sinistra privo di contenuti ideologici e ciò ha portato il Paese al declino».
Ma di centro si parla sempre e non si fa mai. Non è una categoria superata?
«Io non parlo mai di centro. Credo che occorra stare insieme in un'alleanza tra persone serie, che riunisca popolari, liberali, socialdemocratici. Chiudendo una stagione di conflitto. Tra Enrico Letta e Mara Carfagna c'è minor distanza politica che tra Enrico Letta e Virginia Raggi».

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Se Berlusconi non riesce ad andare al Quirinale, mollerà Salvini e Meloni per unirsi al progetto nuovo?
«Berlusconi potrebbe chiudere la sua carriera politica levandosi dal giogo di Salvini e Meloni e contribuendo a riportare Draghi al governo di una larga coalizione dopo il 2023. Il segno della nostra politica, tra riformismo e pragmatismo, dovrà essere esattamente sulla linea di Draghi ed è quello che Azione intende perseguire».
Ma Draghi lo vogliono quasi tutti al Colle, compreso Giorgetti.
«Sarebbe un errore. Se va al Quirinale, il rischio è quello di tornare alla situazione di prima. Con Salvini e Meloni che gridano contro Letta e Conte e viceversa. Dev'essere chiaro che, se la politica tornasse quella dell'urlo, non saremo capaci di spendere neppure un euro dei fondo del Pnrr».
Calendismo, giorgettismo e via dicendo hanno bisogno di una nuova legge elettorale. Non è improbabile che si faccia?
«Il maggioritario ha fallito, ha portato a una non governabilità e ha aumentato i conflitti. Per aprire la Terza Repubblica, occorre un proporzionale con sbarramento al 5-6 per cento».
Ma lei è sicuro di superarlo?
«Sì, lo sono. Vorrei ricordare che a Roma siamo il primo partito con il 20 per cento. E c'è ovunque voglia di politica seria e pragmatica. Per quanto riguarda Roma, io resterò in consiglio comunale. Sperando che l'impegno sia conciliabile con quello in Europa. A gennaio farò un bilancio. Intanto, vedo che la giunta Gualtieri è purtroppo quella che immaginavo. Una spartizione tra correnti del Pd e listine».
A livello nazionale, volete scompaginare i partiti. Ma è proprio sicuro che Giorgetti sarà della partita?
«Da questo si vedrà la sua capacità di essere un leader».
Una Lega alla Giorgetti però sarà più nordista e più autonomista di quella di Salvini. Non si tratterebbe di un grave difetto?
«Credo che la stagione dell'autonomismo sia chiusa. Dopo il Covid, c'è grande voglia di compattezza nel Paese. E anche da questo punto di vista, Draghi è una figura di riferimento».

 


 

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