Quirinale, partiti nel caos: Berlusconi mira al Colle ma c'è il pericolo franchi tiratori

Quirinale, partiti nel caos: Berlusconi mira al Colle ma c'è il pericolo franchi tiratori
di Marco Conti
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Martedì 26 Ottobre 2021, 11:52 - Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 10:33

ROMA Il toto -Quirinale impazza mentre le strategie dei partiti si incartano nella difficoltà che hanno i poli di trovare un accordo al proprio interno prima di andare a trattare con chi è seduto su altra sponda. La mancanza di un regista, sia nel centrodestra che nel centrosinistra, sta trasformando il “pre-partita” in una maionese impazzita. 

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Il buon risultato elettorale ottenuto dal Pd di Enrico Letta ha spento ogni velleità interna di congresso, ma la coalizione non esiste e il ‘campo-largo’ è divenuto uno stretto campo da bocce. Il M5S è da mesi in un travaglio interno dall’esito incerto, l’arrivo di Giuseppe Conte non ha spento le contrapposizioni interne e, per ora, l’unico collante che Lega gli eletti grillini sta nella voglia di arrivare sino in fondo alla legislatura in modo da finire di pagare il mutuo e maturare la pensione. Una motivazione che si ritrova anche in tutti gli altri gruppi dove siedono parlamentari ben consapevoli che non ci saranno nella prossima legislatura e che non hanno nessuna intenzione di accorciare l’attuale.  

L’area centrista, da Iv ad Azione, sta alla finestra. Non si sente parte della coalizione e minaccia di correre da sola anche se dovesse restare l’attuale legge elettorale.

I nodi del centrodestra

Nel centrodestra non va meglio. Berlusconi intende giocare da playmaker la partita del Quirinale anche perché non esclude di spuntarla, magari dalla quarta votazione in poi, quando la situazione rischia di incartarsi. Non è però detto che Lega e FdI seguano in maniera compatta le indicazioni del Cavaliere.

Nel segreto dell’urna - come già accaduto in passato - potrebbero venir fuori sorprese grazie a una pattuglia di franchi tiratori in grado di comporsi e scomporsi a seconda dei candidati. Le opzioni più forti sul tavolo sono due: il passaggio di Mario Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale o la riconferma di Sergio Mattarella che però non ha nessuna intenzione di darsi disponibile per un nuovo settennato.

Quest’ultima sarebbe la carta di riserva che il sistema dei partiti si tiene ma che vorrebbe non giocare per non dover mostrare ancora una volta la totale incapacità della sua classe dirigente che in questa legislatura travagliata ha dovuto alla fine consegnare la guida del governo ad un terzo.

L’unico nome che sarebbe in grado di raccogliere i numeri necessari per essere eletto, magari anche alla prima votazione, è quello di Mario Draghi. Scelta che mette d’accordo tutti ma che rischia di essere impallinata nel voto segreto qualora il peones medio, che compone in grande quantità i numeri dei Grandi Elettori, dovesse temere che l’elezione di Draghi al Colle comporterebbe la fine della legislatura. 

Ovvio quindi pensare che a gennaio toccherà a Draghi fornire in qualche modo tale assicurazione sia per spianarsi la strada per il Colle, sia per sgomberare i dubbi su ciò che vorrà fare qualora al Quirinale dovesse andare un altro o un’altra.

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