Giorgetti attacca Salvini: «Europeista incompiuto». E rilancia Draghi al Colle

L’accusa: Matteo in Europa sbaglia tutto, è da spaghetti western e non da Oscar

Giorgetti attacca Salvini: «Europeista incompiuto» E rilancia Draghi al Colle
di Mario Ajello
5 Minuti di Lettura
Martedì 2 Novembre 2021, 21:54 - Ultimo aggiornamento: 4 Novembre, 09:47

Ormai Giancarlo Giorgetti si muove in completa autonomia da Salvini. Lo fa sempre di più. L’ultima bordata è sulla mancata svolta europeista del leader della Lega che il ministro bolla come «un’incompiuta»: «Salvini ha cambiato linguaggio ma talvolta dice alcune cose e ne fa altre. Può fare cose decisive e non le fa». E ancora, parlando di sé in terza persona, il titolare del Mise attacca il segretario così: «Il problema non è Giorgetti, che una sua credibilità internazionale se l’era creata da tempo. Il problema è se Salvini vuole sposare una nuova linea o starne fuori. Questa scelta non è ancora avvenuta perché, secondo me, Matteo non ha ancora interpretato la parte fino in fondo. Lui è abituato a essere un campione d’incassi nei film western. Io gli ho proposto di essere attore non protagonista in un film drammatico candidato agli Oscar. È difficile mettere nello stesso film Bud Spencer e Meryl Streep. E non so che cosa abbia deciso…».

Giorgetti non aveva mai infierito così sul leader del Carroccio. Con il quale ormai sembra essere d’accordo solo su una cosa: mandare Draghi al Colle (anche se Matteo continua ad alimentare le speranze di Berlusconi). E comunque, intervistato nel libro di Bruno Vespa «Perché Mussolini rovinò l’Italia (e come Draghi la sta risanando)», in uscita per Mondadori-Rai, Giorgetti osserva: «La soluzione sarebbe stata confermare Mattarella ancora per un anno. Ma se questo non è possibile, va bene Draghi. Lui potrebbe guidare il convoglio anche dal Quirinale. Sarebbe un semipresidenzialismo de facto in cui il presidente della Repubblica allarga le sue funzioni approfittando di una politica debole. Draghi baderebbe soprattutto all’economia». 

IL MATCH

Naturalmente nel semipresidenzialismo vero, alla francese, il presidente della Repubblica viene eletto dai cittadini. La prospettiva di cui parla Giorgetti (stroncata subito da Pd e M5S: «La Costituzione non prevede il semi-presidenzialismo de facto») è diversa. E nasce dalla presa d’atto della popolarità di Draghi e del fatto che il ruolo del Capo dello Stato nella vita politica materiale in questi anni è cambiato e ha cominciato a svolgere funzioni più larghe. E comunque, lo scontro tra Giorgetti e Salvini non è su questo. Ma su tutto il resto. I leghisti più antipatizzanti con il titolare del Mise gli attribuiscono un piano fantapolitico: scalzare Matteo, mettere Fedriga alla guida della Lega e lanciare Zaia come candidato premier. Nulla di tutto questo è vero, almeno per ora. Ma l’inconciliabilità tra numero due e numero uno del Carroccio cresce molto.

«Se vuole istituzionalizzarsi in modo definitivo, Salvini - dice Giorgetti - deve fare una scelta precisa. Capisco la gratitudine verso la Le Pen, che dieci anni fa lo accolse nel suo Gruppo. Ma l’alleanza con l’Afd non ha una ragione». Mentre serve l’ingresso nel Ppe, «se la Cdu tedesca non si sposta a sinistra. Io non voglio un nuovo posto. Voglio portare la Lega in un altro posto». Il Ppe appunto. Salvini reagisce contro il ministro, in maniera sprezzante: «Io mi sto occupando di salvare le pensioni e tagliare le tasse. Del resto mi occupo dopo. Stiamo lavorando per un grande gruppo che metta insieme il centrodestra in Europa. Non è nessun vecchio gruppo» come lo intende Giorgetti. La verità - come dicono in molti nella Lega e fuori dalla Lega - è che Salvini e Giorgetti hanno due traguardi diversi. Uno mira a un Carroccio moderato, europeista, atlantista, filo-scienza e anti No Vax, iper-draghiano, mentre l’altro non molla l’ancoraggio populista. «Ritiene possibile in Europa - per dirla con le parole di Osvaldo Napoli, deputato di Coraggio Italia - costruire un centrodestra che metta insieme Merkel e AfD, i Républicains con Marine Le Pen quando sa bene che ciò è impossibile». 

Quanto ai rapporti con Giorgia Meloni, Giorgetti consiglia di rivederli: «I western stanno passando di moda. Secondo me, sono finiti con Balla coi lupi. Adesso in America sono molto rivalutati gli indiani nativi». Un modo per dire che rispetto a FdI va cambiato il film. La pellicola giorgettiana viene apprezzata in buona parte della Lega - al Senato si sentono molti voci lumbard così: «Tocca cambiare partito, Matteo non ne azzecca più una!» e nei gruppi parlamentari preoccupa a che in chiave ricandidatura 2023 la «disfatta» delle Comunali - e stroncata dal super-salvinista Borghi: «Meglio Bud Spencer di Meryl Streep». Molto più importante la reazione di Calenda. 

Video

LA TELA

«Bravo e coraggioso Giorgetti», twitta il leader di Azione: «Portare la Lega su posizioni europeiste e moderne è un passo fondamentale per normalizzare il confronto politico in Italia». Parole che non sono solo il ringraziamento per quelle di Guorgetti - «A Roma voterei Calenda», aveva detto prima delle elezioni - ma la riprova di una tessitura in corso. Quella del centro che guarda a Giorgetti e alla Lega nordista e industrialista come possibili pezzi dell’operazione liberale e filo-Draghi, con dentro anche i ministri azzurri e altre componenti di Forza Italia e a cui il titolare del Mise sembra assolutamente omogeneo.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA