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Giorgetti e Fedriga rilanciano la linea draghiana nella Lega: «Cerchiamo intese a sinistra»

Ancora amareggiato il ministro: «Non capisco perché il parlamento abbia scelto un’immagine così negativa»

Giorgetti e Fedriga rilanciano la linea draghiana nella Lega: «Cerchiamo intese a sinistra»
di Martina Pigna
4 Minuti di Lettura
Martedì 26 Luglio 2022, 00:01 - Ultimo aggiornamento: 19:43

«Su alcuni temi di interesse generale per il Paese si possono trovare anche convergenze tra destra e sinistra». A distanza di una settimana dalle comunicazioni del premier che hanno segnato le sorti dell’Esecutivo di unità nazionale, Massimiliano Fedriga sembra voler portare avanti il metodo di lavoro intrapreso dal governo Draghi. Con o senza di lui. Nel segno del pragmatismo e della ragion di Stato. Perché se è vero che, nei giorni scorsi, il governatore del Friuli Venezia Giulia ha mantenuto la bocca cucita sulla scelta intrapresa dal Carroccio in Aula, non ha però lesinato parole di apprezzamento destinate all’ex numero uno della Bce: «Mario Draghi ha condotto un ottimo percorso in mezzo a molte difficoltà con una maggioranza estremamente eterogenea». La stessa che, secondo il governatore, andrebbe rilanciata per far fronte alle emergenze: l’approvvigionamento energetico, i rapporti internazionali e la questione del lavoro, «cose fondamentali» per il Paese - sottolinea. 

Il rammarico

All’anelito del governatore, si è sommato, ieri, anche il rammarico del ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti. Che, ancora con l’amaro in bocca, ha risposto senza esitazioni alle domande dei giovani giurati del Giffoni Film Festival: «io sono uno di quelli che ha condiviso la decisione di Draghi di dimettersi». Poi, la stoccata diretta a senatori e deputati: «Non ho capito il perché di un rito in Parlamento che ha dato un’immagine del Parlamento, a mio giudizio, molto negativa». L’ennesima riprova che l’anima governista della Lega, non solo esiste, ma oggi preme l’acceleratore sull’agenda Draghi, all’insegna dello slancio riformatore, caro soprattutto alle classi produttive del Nord. Ed è quindi a loro, ai governisti, e non solo ai barricaderi del partito - che puntano alla rimonta del partito di Giorgia Meloni - che Matteo Salvini deve badare se vuole mantenere intatta la propria leadership. E così anche se a parole il leader del Carroccio non ha mai alluso all’agenda Draghi, nelle prime scelte compiute dopo la crisi, è sembrato far proprio quello spirito di concretezza e moderatismo che la animano. 

L’agenda

Prima, con l’incontro tra ministri, sottosegretari e poi europarlamentari per parlare dei futuri programmi, nel giorno stesso del discorso di Mattarella. E ribadire fin da subito di star «preparando il futuro governo per approvare pace fiscale, taglio delle tasse e flat tax, riforma delle pensioni e nuovi decreti sicurezza». Poi, venerdì scorso, il secondo tempo, proprio con i governatori. Chiamati a offrire «spunti utili in vista dei dossier più interessanti» e ai quali assicurato la «massima presenza» sui territori». Con un esplicito il riferimento proprio al presidente del Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga, ma anche al lombardo Attilio Fontana, così come all’umbra Donatella Tesei e al veneto Luca Zaia. Che più di altri hanno mostrato sostegno al premier, pur non rinnegando la linea di partito.

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