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Elezioni, la diretta. Pd, dopo accordo con Si-Verdi intesa con Di Maio. Letta: «Evitare destra al 50%». Il silenzio di Calenda

Le notizie in vista del voto del 25 settembre

Elezioni, la diretta. Letta tratta con Fratoianni, Calenda: «No a un altro patto contraddittorio»
di Andrea Bulleri
5 Minuti di Lettura
Sabato 6 Agosto 2022, 11:06 - Ultimo aggiornamento: 7 Agosto, 13:14

Non chiamatela alleanza. Perché il patto siglato ieri tra il Pd di Enrico Letta e l’asse rosso-verde di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli altro non è che un «accordo elettorale». Che nasce con un obiettivo dettato dalla Realpolitik: sfilare quanti più collegi possibili al campo avversario. E in questo modo «difendere la Costituzione e la democrazia» dalla «peggiore destra di sempre», rivendicano i tre contraenti.

«Tra di noi esistono differenze, scelte che ci hanno diviso», ammette il segretario del Pd, che a metà pomeriggio convoca i giornalisti nella sala conferenze del Nazareno. Dunque, «parlare di un accordo di governo non sarebbe serio». «Noi – scandisce Letta – non siamo come Meloni, Salvini e Berlusconi, che in un minuto hanno siglato un’intesa pur essendo contemporaneamente al governo e all’opposizione di Draghi».

 

Ma «sentiamo sulle nostre spalle la responsabilità di evitare che Italia abbia per la prima volta un governo di destra-destra», prosegue il leader dem. Un esecutivo che «pur non avendo la maggioranza assoluta alle urne potrebbe contare sui due terzi dei seggi in parlamento», per via della «peggior legge elettorale di sempre». «Lancio un allarme – chiosa Letta – la Costituzione così è a rischio. E questi accordi elettorali servono a difenderla». 

Non è neanche lontanamente, insomma, quella «proposta credibile di governo» comune che in mattinata era tornato a chiedere al Pd l’altro – potenziale – alleato del fronte progressista, Carlo Calenda. Che ieri – dopo una nuova serie di bordate lanciate ancora via Twitter – sceglie di non commentare le parole del trio Letta-Fratoianni-Bonelli. Stesso silenzio dal Nazareno, dove nessuno sembra voler pronunciare ad alta voce il nome dell’ex ministro dello Sviluppo. Che nella conferenza stampa finisce per assumere il ruolo dell’elefante nella stanza. «L’intesa di oggi è indipendente da quella siglata martedì con Azione», precisa Letta.


Due accordi separati, insomma, un po’ come nel 1994 fece Berlusconi con Lega Nord e Alleanza nazionale. Due patti autonomi anche dal punto di vista della spartizione dei collegi, mettono in chiaro i rosso-verdi. Perché se l’accordo Pd-Calenda firmato martedì prevede di concedere ad Azione il 30% dei 221 seggi uninominali in palio, quello siglato ieri ricalca lo stesso schema, ma tutto “a scapito” dei dem. Che hanno accettato di lasciare a Bonelli e Fratoianni un ulteriore 20% dei posti rimanenti. Al Pd, in pratica, ne resterebbero poco più della metà, circa 124. Ai quali però vanno tolti ancora i collegi offerti in dote a Roberto Speranza e alla sua Leu. E pure quelli (l’8% dei restanti, ossia una decina) concessi alla lista Impegno civico di Luigi Di Maio. Che ieri, dopo il vertice verdi-sinistra, è tornato a incontrare Letta insieme a Bruno Tabacci, per definire la sua intesa col Pd. La quarta, per i dem. «Oggi si chiude un capitolo, da domani si corre per convincere gli italiani», afferma Letta, nella sua seconda conferenza stampa di giornata, stavolta insieme al ministro degli Esteri.

E poi, in caso di vittoria? «I passi vanno fatti uno per volta», taglia corto il segretario. Convinto che quello con Azione sia invece un «patto di governo». Di certo c’è che il perimetro dell’alleanza non sarà allargato ulteriormente: nessun ripensamento sull’addio ai Cinquestelle. Un dialogo, quello con Giuseppe Conte, che invece aveva chiesto di provare a recuperare l’assemblea di Sinistra italiana, nel documento con cui nel primo pomeriggio si dava il via libera all’asse con i dem. 


LE REAZIONI
E se Calenda per tutta la sera tace, chi si fa sentire è Matteo Salvini: «Patto per difendere la Costituzione? – twitta il capo del Carroccio – È solo un triste #pattoperlepoltrone». Seguito da Ettore Rosato di Italia viva («non si batte così la destra») e da Giorgia Meloni, che una foto con didascalia «Il carrozzone»: «Un accordo senza visione comune – scrive la leader di FdI – a me sembra solo per garantirsi le poltrone».

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