GIUSEPPE CONTE

Di Maio si dimette, Conte e l'effetto slavina: nessuno vuole andare a casa

Mercoledì 22 Gennaio 2020 di Marco Conti

«Assolutamente improbabile che io torni prof da lunedì». Il solitamente cauto Giuseppe Conte, stavolta si sbilancia e, a dispetto di tutto il centrodestra che profetizza catastrofi dopo le elezioni in Emilia Romagna, si vede ancora a lungo a palazzo Chigi malgrado non abbia certezze sul risultato di domenica.

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LA FUMATA
Al susseguirsi di elezioni locali che vengono ogni volta portate a rango di giudizio catartico sull'operato del governo (a primavera altro round), palazzo Chigi ha fatto ormai l'abitudine. Così come ai lunghi e frequenti vertici di maggioranza che si susseguono più o meno sempre sulle stesse materie. Ieri pomeriggio non era il giorno di Autostrade o di Ilva, ma della riforma della giustizia. Ennesima riunione e nuova fumata bianca per la contrarietà del Pd e di IV a sostenere una riforma che molto somiglia a quella a suo tempo messa a punto dal ministro Bonafede e varata in consiglio dei ministri dal governo M5S-Lega e allora contestata dai dem. L'imminenza delle elezioni regionali spingono i partiti di maggioranza a mettere la sordina allo scontro interno, ma in verità ai renziani non piace la differenza di trattamento della prescrizione tra condannati e assolti che il Pd potrebbe anche accettare ma non nel ddl bensì in un provvedimento che permetta l'immediata entrata in vigore. Di questo passo la riforma della giustizia penale targata giallorossa rischia di non riuscirà ad entrare in vigore anche se la legislatura dovesse arrivare a compimento. Tra tempi parlamentari e decreti attuativi serviranno infatti almeno due anni e mezzo. Poco male, direbbero gli avvocati contrarissimi alle proposte Bonafede. Se non fosse che il taglio della prescrizione è in vigore e il fine processo-mai una legge. Tenere basso l'esito del risultato elettorale di domenica serve a Conte non solo per mettere al riparo il governo da possibili scossoni che potrebbero esserci sia in caso di sconfitta in Emilia Romagna che in caso di vittoria del candidato del Pd. Per il M5S comunque vada sarà una sconfitta che può condividere con i dem o - nel caso opposto - rischiare di subire dal Pd di Zingaretti, magari con altro stile, un pressing analogo a quello che il Movimento patì durante il governo con la Lega.
 

 

Sulle dimissioni di Di Maio da capo politico del M5S, Conte ha sempre evitato di intervenire anche quando Il Fatto una decina di giorni fa ne annunciò l'intenzione. Ciò che ha potuto però testare direttamente il premier è il grande impegno che il ministro degli Esteri ha profuso nelle ultime due settimane sulla questione libica. «Vedete che non litighiamo!», ebbe a dire Conte domenica scorsa seduto con Di Maio in un divano di un hotel di Berlino. Dopo le tensioni delle scorse settimane, la battuta del premier conferì al mezzo sorriso del ministro degli Esteri il tono di una resa, o almeno di una battaglia persa. Il fatto che Di Maio faccia un passo indietro e, stretto tra l'ala governista del Movimento e i movimentisti guidati da Di Battista, decida di fare un passo indietro per poi ritrovarsi con Dibba, aiuta Conte ad ergersi a paladino di quell'area grillina, riformista, corteggiata dal Pd di Zingaretti e Bettini. Alla Camera continua a marciare il gruppo Eco dell'ex ministro dell'Istruzione Lorenzo Fioramonti. Il contenitore dove traslocare i grillini di sinistra è pronto a nascere anche al Senato qualora nel M5S la coppia Dibba-Paragone dovesse riuscire a rinverdire nel Movimento la nostalgia per l'estrosa stagione sovran-populista trascorsa con la Lega. Anche se Conte ha sempre negato di volere gruppi a suo nome, sono ormai numerosi i fuoriusciti che potrebbero salire sulla zattera di Fioramonti pur di evitare la fine anticipata della legislatura.
Il fatto che un Movimento in piena crisi, e che ha più posti che voti, scopra - dopo quasi due anni di governo - che esiste la destra e la sinistra, rappresenta un risultato importante per la democrazia. Se non fosse che ormai in Parlamento è un continuo riposizionarsi in attesa di una nuova legge elettorale, della prossima legislatura che eleggerà un Parlamento ridotto di un terzo, e ancor prima della elezione del successore di Sergio Mattarella al Quirinale. Governare con il primo partito della maggioranza acefalo, affidato ad un gruppetto di facilitatori, non sarà facile. A meno che Grillo alla fine non decida di accelerare il passaggio del testimone a Conte e preparare - con Fioramonti - una corsa a sinistra che non può non impensierire il Pd di Zingaretti già alle prese con le scalpitanti Sardine.

Ultimo aggiornamento: 15:37 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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