2 Giugno, Cassese: «Fermi da 25 anni, è tempo che l’Italia si rimetta in marcia»

2 giugno, Cassese: «Fermi da 25 anni, è tempo che l Italia si rimetta in marcia»
di Diodato Pirone
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Mercoledì 2 Giugno 2021, 07:10 - Ultimo aggiornamento: 08:28

Oggi la Repubblica Italiana compie 75 anni. Un compleanno importante e anche un'occasione per fare un bilancio ragionato su cosa ha funzionato e cosa va migliorato. Ne abbiamo parlato col giudice emerito della Consulta Sabino Cassese protagonista, ma anche fra i più acuti osservatori, della nostra cosa pubblica.

 


Professor Cassese nel fare gli auguri alla Repubblica possiamo chiederci se le ragioni profonde che ne determinarono la nascita erano davvero fondate?
«Le ragioni per festeggiare il 2 giugno sono molte. Innanzitutto, la sostituzione della monarchia con la Repubblica. Questo volle dire liberarsi di una casa regnante che si era rivelata inetta e dare a tutti i cittadini italiani la possibilità di accedere al vertice dello Stato. In secondo luogo, il diritto di voto esercitato da tutti. Non si votava da decenni. Gli aventi diritto al voto del 2 giugno 46 erano 28 milioni e, di questi, 24 milioni parteciparono alla giornata elettorale. In terzo luogo, l'introduzione di un suffragio veramente universale perché furono ammesse al voto le donne. Dei 24 milioni di votanti, le donne furono quasi 13 milioni. In quarto luogo, l'elezione dei membri dell'Assemblea costituente, che avrebbe dato, l'anno seguente, una costituzione per la prima volta rigida al Paese. In quinto luogo, il 2 giugno 1946, le forze politiche ebbero la possibilità di misurarsi e di capire quale era il rispettivo peso. In sesto luogo, in quel giorno si festeggia anche l'anniversario della morte di Garibaldi, avvenuta nel 1882».
Ma in ultimo perché é giusto festeggiare a tanti anni di distanza?
«La ragione più profonda dei festeggiamenti del 2 giugno sta nella rinascita dello Stato italiano. Comincia un periodo glorioso della storia italiana, che può essere paragonato solo a un altro periodo, il ventennio iniziale del secolo, definito l'età giolittiana. Nel 1946 comincia la vita della democrazia, della libertà, della diffusione dell'eguaglianza, dello sviluppo economico».
Invece cosa potevamo proprio risparmiarci?
«Nel 1946, comincia una fase che è scandita in tre periodi diversi, molto diversi. Gli anni che vanno fino al 1962 sono quelli del congelamento della Costituzione, della difficile ricostruzione di un'Italia con pochi mezzi, della poca libertà, in cui i manganelli della polizia si facevano sentire troppo».

La festa del 2 giugno/ La nostra Costituzione e l'occasione di modificarla


E la seconda e terza fase?
«Dopo, nel 1962, comincia il disgelo costituzionale, si allarga la base politica dei governi, lo Stato comincia a mantenere le promesse costituzionali: nel 1962 la scuola media unificata, nel 1970 le Regioni, nel 1978 il Servizio sanitario nazionale e subito dopo la cosiddetta pensione sociale. Nel 1992 - 1994 comincia il terzo periodo, che arriva fino al 2018, caratterizzato dalla fine dei grandi partiti e dai primi tentativi di passaggio a una formula elettorale maggioritaria. Comincia il ventennio dominato dalla figura di Berlusconi.
Il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, ha detto che la Repubblica rappresenta per l'Italia il passaggio al primato della persona e alla piena libertà non solo individuale ma sociale. Condivide?
«Non c'è dubbio. La Costituzione, entrata in vigore nel 1948, afferma la dignità dell'uomo, sancisce le principali libertà, consacra la democrazia. Stabilisce però anche qualcos'altro, che resta nel dimenticatoio: il diritto dei lavoratori a collaborare alla gestione delle aziende, ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro; la gestione di imprese riguardanti servizi pubblici essenziali, fonti di energia o in situazione di monopolio da parte di comunità di lavoratori o di utenti; il regime di favore per l'accesso del risparmio popolare al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del paese. Questi diritti sono sanciti dagli articoli 46, 43 e 47 della Costituzione e sono stati interamente dimenticati, come altri».

Altro concetto caro al Colle: la Repubblica come generatrice di etica civile che tempera il fisiologico conflitto degli interessi. La pandemia ha indebolito corporazioni e rendite di posizione ma davvero la Repubblica ha elevato il livello etico della società italiana?
«Ha fatto molto, ma molto altro resterebbe da fare: una rete protettiva per i più deboli e premi per i capaci e meritevoli, ad esempio. Invece di aiutare i deboli e premiare i capaci, si sistemano i precari. Così la bilancia della giustizia non è in equilibrio».

La festa del 2 giugno/ I 75 anni che hanno cambiato il Paese


La Costituzione è figlia della Repubblica. In alcuni punti ha retto bene, in altri come quello dell'instabilità dei governi appare ultra-datata. Qual è il suo segreto?
«Ricordiamo innanzitutto le date essenziali: 25 luglio 1943 cade il fascismo; l'8 settembre 1943 viene firmato l'armistizio; il 25 aprile 1945 l'Italia è liberata; il 2 giugno 1946 vengono eletti i membri dell'assemblea costituente. Le ricordo che lì si riunirono giovani ed anziani: De Gasperi era un sessantenne, Togliatti, Mortati e Basso erano dei cinquantenni, Fanfani e La Pira quarantenni, Moro un trentenne e Nilde Iotti una ventenne. Il compito dell'Assemblea costituente era stato definito con un decreto luogotenenziale del 25 giugno 1944 nel quale fu scritto che le forme istituzionali saranno scelte dal popolo italiano che a tal fine eleggerà a suffragio universale, diretto e segreto una assemblea costituente per deliberare una nuova costituzione dello Stato. L'assemblea lavorò fino al 27 dicembre 47 per adottare la Costituzione e poi ancora nel gennaio 1948 per alcuni adempimenti successivi».
Ne nacque una legge fondamentale per alcuni aspetti avanzatissima ma lacunosa sull'efficienza delle istituzioni...
«La Costituzione, secondo la formula di Calamandrei, contiene lo spirito della Resistenza in forme giuridiche. Ma lo stesso Calamandrei ha osservato che gli autori della Costituzione ascoltarono anche le grandi voci lontane: ad esempio, il binomio diritti e doveri che risaliva alla tradizione delle costituzioni del Termidoro francese e alla tradizione mazziniana. La Costituzione è stata da qualcuno considerata una rivoluzione mancata, da qualcun altro una rivoluzione promessa».
Cosa non ha funzionato?
«Ha avuto una lentissima attuazione. Basti pensare che i consigli regionali sono stati eletti nel 1970, 22 anni dopo l'entrata in vigore della Costituzione».
Veniamo al futuro. La fine della pandemia proietta l'Italia in una fase nuova. Il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, parla di possibili sviluppi inaspettati. Cosa prevede per la Repubblica Italiana?
«Posso enunciare speranze, non fare previsioni. Spero che l'Italia ricominci a camminare, dopo un venticinquennio in cui è stata ferma, e che riesca a darsi una classe dirigente capace di guardare al futuro e, quindi, di realizzare programmi invece di enunciare slogan». 
Andiamo verso nuove cessioni di poteri all'Europa? Cambierà il confuso regionalismo all'italiana che ha imperversato nei mesi scorsi?
«Lo sviluppo dell'Unione europea non si farà con nuove cessioni di compiti, ma avverrà in altro modo, attraverso l'assunzione, da parte dell'Unione, di un compito redistributivo tra gli Stati. In questo quadro, le Regioni dovranno svolgere una funzione nello stesso tempo più vasta e più limitata: più vasta, perché diventeranno il terminale operativo di un potere politico che governa 440 milioni di abitanti; più limitata perché dovranno imparare a cooperare senza fare propaganda».
La nascita della Repubblica diede il via alla ricostruzione. Ora con i massicci aiuti europei in arrivo cosa bisogna aspettarsi dalle istituzioni e dalla società italiana per non perdere il treno del rilancio?
«Bisogna aspettarsi che gli italiani, consapevoli dell'importante contributo che viene da tutti i Paesi europei, aumentino le loro capacità realizzative. Nei prossimi anni si distingueranno le persone che sanno fare invece di quelle che urlano più forte degli altri».
 

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