Scuola, il ministro Giannini: «Nessuna deportazione di docenti, con la nostra legge meno mobilità»

Stefania Giannini
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Domenica 6 Settembre 2015, 22:01 - Ultimo aggiornamento: 8 Settembre, 09:08
dal nostro inviato Claudia Guasco



CERNOBBIO (COMO) - Ministro, sarà un anno difficile? «Ne ho passato uno talmente complicato che le cose possono solo migliorare». Suona la campanella anche per la riforma firmata da Stefania Giannini. Dopo il fuoco incrociato di proteste, polemiche e resistenze, per ”La Buona Scuola” del governo Renzi è il momento della verità. Il ministro dell’Istruzione non guarda indietro, ai fischi degli studenti e al malumore degli insegnanti, ma agli effetti che produrrà: «In tre anni la riforma sarà a pieno regime».



I finanziamenti pubblici sono sufficienti? Oggi non ci sono soldi nemmeno per la carta igienica e le fotocopie.

«Rispondo con i numeri e ne basta uno per tutti: il fondo di finanziamento per le scuole, cioè quello che serve anche per comprare la carta igienica, strutturalmente da quest’anno raddoppia. Ammontava a 80 milioni nel 2013, è lievitato a 110 nel 2014 grazie alle economie di ministero, con ”La Buona Scuola” balza a 233 milioni. Sulla questione economica forniremo un indirizzo molto chiaro ai dirigenti scolastici, che possono anzi in alcuni casi devono coinvolgere la comunità dei genitori - il supporto volontario è necessario per attività particolari e questo è anche lo spirito dello school bonus - ma non per esigenze spicciole che a questo punto non ci sono più».



Sarà una scuola più ricca.

«Io sulla questione delle riforme divento un po’ aggressiva: 4 miliardi di euro rappresentano il capitolo della legge di stabilità più consistente rispetto alla legge di un anno fa. Dal 2009 al 2012 si sono persi 70 mila insegnanti, adesso ci sono le nuove assunzioni: la scuola la fanno i soldi ma anche i professori. Se assumiamo 100 mila persone e facciamo un nuovo concorso che ne rimette in cattedra 70 mila, bene, per me questo è un buon lavoro».



E poi ci sono i 500 euro di bonus per gli insegnanti, destinati all’aggiornamento.

«Arriveranno già quest’anno. Abbiamo stanziato oltre 200 milioni e sono subito disponibili».



C’è spazio di manovra sugli aumenti di stipendio?

«Per questo c’è il ministro Madia. Noi siamo pronti, la scuola parte già con un piede avanti. Abbiamo messo denaro e cambiato le regole. Se sul fronte degli stipendi si riapre la partita, noi ci siamo».



Alla riforma della scuola, però, mancano ancora 22 decreti attuativi e 9 deleghe.

”E’ stata approvata il 16 luglio, il nostro programma indica circa un anno e mezzo, quindi la fine dell’anno solare 2016 per completarla. Stiamo rispettando puntualmente tutte le tappe».



Ma già da quest’anno per gli studenti potrà essere una scuola migliore?

«Credo che entrino in una scuola potenzialmente migliore. Poi chiunque si occupi di istruzione e non solo di scuola sa bene non sono processi che trasformano la realtà con un clic. Non è come nel jobs act, dove basta cambiare la tipologia del contratto di lavoro e da quel momento tutti hanno quella nuova opportunità. Qui si tratta di processi che, salvo iniziative molte specifiche come la scuola-lavoro, richiedono alcuni anni per andare a regime. Chi entra oggi nel mondo della scuola trova un contesto flessibile, adeguato al cambiamento. Un’istruzione solida e al tempo stesso adattabile».



Tradotto nel linguaggio degli insegnanti: «Veniamo deportati».

«Ho grande rispetto per la storia e per le parole, questo termine credo sia stato utilizzato in maniera inopportuna e inaccettabile. La mobilità nel pubblico impiego, anche nel mondo della scuola, è un dato storico e questa legge non la incrementa, anzi nel tempo diminuirà. Si tratta di una mobilità fisiologica nei numeri stabiliti: è il 15% su un totale di 100 mila persone. Francamente chiamarla deportazione mi sembra eccessivo».



I suoi detrattori sostengono che la riforma lascia aperto il problema dei precari.

«Vale lo stesso discorso: non si risolve con un clic. Noi questo tema lo abbiamo affrontato e siamo in via di soluzione. Ci vorranno tre anni, la legge lo dice chiaramente. I trentasei mesi sono l’unita di misura ultima per poter concedere supplenze sui posti vacanti, la norma recepisce una sentenza della Corte di giustizia europea. Tre anni sono tanti o pochi nel ciclo di istruzione di un Paese? Pochi, direi».



L’Italia ha due record negativi: la disoccupazione giovanile sopra il 40% e il 26,2% di ragazzi che non hanno un impiego e nemmeno lo cercano.

«Abbiamo un obiettivo ambizioso: andremo nelle scuole per educare all’impresa. I due nemici di un ministro dell’Istruzione sono l’ignoranza e la disoccupazione giovanile. Non è solo un problema di Poletti, è anche mio perché frutto della crescente separazione tra le competenze che la scuola dà e la domanda che cambia più velocemente».
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