Joel Dicker: «Così nasce un best seller»

Joel Dicker: «Così nasce un best seller»
di Giuseppe Scaraffia
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Mercoledì 16 Dicembre 2015, 00:08


«Il successo ha ovviamente cambiato la mia vita, ma solo perché è, in ogni caso, un evento. Credo che il ragazzo che sono non sia cambiato e non cambierà mai». L’appena trentenne Joël Dicker, reduce dal grande successo della "Verità sul caso Harry Quebert", presenta il suo nuovo libro, "Gli ultimi giorni dei nostri padri", incentrato su un’operazione segreta lanciata da Churchill: creare una schiera clandestina di sabotatori e informatori da infiltrare nella Francia occupata dai nazisti.

Mi stupisce la maturità di questo romanzo d’esordio…
«Arrossisco quando mi parlano di una mia precocità straordinaria. In inglese si dice old soul per parlare di qualcuno che ha una vecchia anima, di qualcuno che è in anticipo sulla sua età… e forse sono davvero in anticipo».

Di chi è stata la responsabilità dell’immensa tragedia della seconda guerra mondiale?
«Secondo me la responsabilità dell’ascesa al potere dei nazisti è di tutti coloro che non si sono opposti, che hanno lasciato fare. È grave rinunciare a lottare per la libertà, a lottare per il diritto altrui alla vita. Credo che, come dice una frase che di certo lei conosce, chi dimentica la storia è condannato a riviverla. Forse sarebbe giusto ricordarsi da dove si viene per essere attenti a dove si va».

Malgrado parli di guerra e spionaggio, non sembra che lei abbia voluto fare un page turner, un libro da divorare.
«È un’ottima domanda, questo è un libro che ho scritto molto prima di “Harry Quebert” ed è vero che avrei potuto concepirlo diversamente, per farne una lettura più rapida, ma avevo in mente dei personaggi e non mi interessava tanto sapere se il lettore avrebbe avuto voglia di girare la pagina o meno. La cosa mi diverte perché molti lettori mi dicono che hanno preferito “Gli ultimi giorni” a “Harry Quebert”. Che cosa significa quindi page turner? È semplicemente un libro che si ha voglia di leggere».

Simenon diceva che non giudicava gli altri, ma tentava di capirli. È d’accordo?
«Mi piace molto questa citazione di Simenon. Il fatto di giudicare è molto dispendioso in termini di energia e emozioni e forse è preferibile mantenerle intatte per poterle utilizzare poi o per se stessi oppure per i propri libri».

Che tipo di lavoro è per lei la scrittura?” 
«Il lavoro di scrivere non è né facile né doloroso. È semplicemente un piacere, il piacere però può anche risiedere nella difficoltà, perché io provo piacere ad affrontare le difficoltà. Se scrivere fosse facile non mi piacerebbe, però mi piace l’idea di lasciar credere che sia facile scrivere. La grande difficoltà che incontro nella scrittura è riuscire a essere semplice. Il mio editore Bernard de Fallois raccontava che Simenon, che era un suo buon amico, diceva che tutti possono essere banali, ma pochi riescono a essere semplici».

Come nasce un personaggio degli “Ultimi giorni”?
«I personaggi non hanno un’unica genesi. Anzi, ne hanno più di una. Abbiamo un’idea in mente per un personaggio che poi si trasforma in un altro personaggio. E un po’ per volta alcuni personaggi si fondono e diventano un unico personaggio, in quanto le loro qualità possono essere associate. Il lettore scoprirà un unico personaggio che è la fusione di vari personaggi: da singoli erano troppo deboli, ma uniti tutti questi personaggi diventano un personaggio molto solido».

Ha un metodo di lavoro?
«Non ho un metodo per scrivere ma una disciplina, cerco di iniziare il più presto possibile al mattino e di continuare il più a lungo possibile nella giornata. Se ho la fortuna di non avere appuntamenti posso andare avanti fino a sera. Ma spesso l’esercizio viene interrotto. Sono convinto che più si lavora e più le cose migliorano».

Mi può spiegare meglio cosa intende quando dice che di pensare che la vita sia “un obbligo di mezzi e non di risultati”?
«Ci sono delle cose sulle quali abbiamo un controllo e altre sulle quali non abbiamo nessun controllo. La vita è piuttosto breve, è meglio concentrare i propri sforzi su ciò che si può controllare. Non posso avere un controllo sul successo, il successo molte volte è deciso dagli altri. Invece posso decidere di fare tutti gli sforzi possibili per ottenere il risultato stabilito. Bisogna dedicare tutti gli sforzi a tutto quello che dipende da noi. Il risultato poi è questione di fortuna, essere nel punto giusto al momento giusto».

È stato mai tentato dalla cosiddetta “letteratura dell’ombelico”?
«Lei parla di un tipo di letteratura che consiste nel parlare di se stessi. Ma per parlare di sé bisogna avere un ego abbastanza importante, e purtroppo i miei genitori si sono dimenticati di darmi un ego alla nascita, e quindi non sono tentato di fare questo tipo di letteratura perché avrei paura di annoiare i miei lettori».
 

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