Il governo, via libera della Lega: ma a Palazzo Chigi non vada Di Maio

Giovedì 17 Maggio 2018 di Marco Conti
Un presidente del Consiglio targato M5S. Nella nebbia che avvolge la formazione del nuovo governo, qualche punto meno instabile del solito si comincia ad intravvedere. Nella lunghissima sfida tra nomi leghisti e grillini, sembrano spuntarla questi ultimi. Ieri sera Luigi Di Maio e Matteo Salvini ne hanno discusso ancora nell’incontro che hanno avuto per superare anche alcune differenze non da poco sul contratto di governo. Nomi ne sono circolati ancora e i più gettonati sono quelli di Alfonso Bonafede, Emilio Carelli o Riccardo Fraccaro. Tutti grillini perché alla fine del percorso, scartate le candidature tecniche o “terze”, è il partito più grosso della maggioranza ad avere qualche diritto in più.

LE POLTRONE
La sensazione è che però si continuerà a stare ancora a lungo sulle montagne russe. Anche perché il nome del possibile premier, oltre a dover superare i reciproci veti, deve passare il vaglio di Sergio Mattarella. I problemi potrebbero nascere proprio al Quirinale. Perchè un governo politico avrebbe bisogno di un leader altrettanto forte politicamente e quindi potrebbe nuovamente tornare l’opzione Di Maio-premier che però Salvini non vuole anche per non essere accusato da FI e FdI di essersi consegnato ai grillini per una buona dose di poltrone ministeriali. Il leader 5Stelle è tornato a sperarci. Ma è molto probabile che il tira e molla continuerà anche dopo i gazebo che M5S e Lega metteranno per le piazze in modo da illustrare e far votare (ma solo la Lega, i grillini vanno sulla misteriosa piattaforma Rousseau). 

Più o meno ufficiosamente Di Maio viene dato al ministero del Lavoro mentre Salvini potrebbe finire alla Giustizia (un modo per tranquillizzare Berlusconi) e non agli Interni che comunque rimarrebbero in quota Lega insieme alle Infrastrutture, l’Economia (Giorgetti, qualora non diventi sottosegretario alla presidenza), Agricoltura (Borghi), Beni Culturali (Centinaio) e Istruzione (Bagnai). Al M5S, oltre al Lavoro, andrebbero Esteri, Sanità (Bertolazzi), Ambiente, Riforme (Crimi) e l’importantissimo ministero della Difesa. Ovviamente le valutazioni sui ministri Mattarella le farà con il presidente del Consiglio incaricato e non nell’incontro che spera di avere luneì al Quirinale con le delegazioni dei due partiti.

Infatti, malgrado i due partiti continuino a sostenere di essere pronti, nessuno ha telefonato al Quirinale per annunciare possibili visite o chiedere ufficiali convocazioni. «Il Presidente non guarda bozze ma testi definiti, frutto delle responsabilità dei partiti che concludono accordi di governo». La frase filtrata ieri dal Colle, per rispondere a coloro che si chiedevano se Mattarella avesse letto le prime bozze del contratto che parlavano di possibile uscita dall’euro, dice tutto sulla linea che sta seguendo il Quirinale per cercare di dipanare la più complicata crisi politica della Repubblica.

IL PARLAMENTO
Infatti i programmi attengono alla dialettica partiti-Parlamento e entrano nel dibattito che si farà al momento della richiesta del voto di fiducia. Ovviamente non possono contenere l’impossibile e molti paletti il Capo dello Stato li ha ricordati anche di recente. Trattati internazionali, adesione dell’Italia all’Europa e alla Nato rappresentano delle colonne d’ercole che nessuna maggioranza può mettere in discussione. Le tensioni sui mercati, come il netto rialzo dello spread avvenuto ieri, non possono non preoccupare Mattarella, che avverte le richieste di un intervento da parte di coloro che sono preoccupati per la tenuta del Paese, così come la spinta di coloro che vorrebbero facesse di tutto per arrivare ad un governo che permetta ai due “vincitori” di essere messi alla prova del governo. 

In attesa della versione definitiva del contratto di governo, al Quirinale non si commentano bozze che proprio perchè non definitive, vengono derubricate a irricevibili. La trattativa in corso viene comunque seguita con attenzione, così come il nervosismo sui mercati. Interventi in questo momento rischiano di alimentare il nervosismo delle borse e creare problemi all’unico tentativo rimasto in piedi di governo-politico. L’alternativa sono solo le urne in autunno e quel governo neutrale che comunque resta nel cassetto della scrivania anche se sinora ha ricevuto pochi sostegni.

IL GELATO
Resta il fatto che la bozza che ieri il “tavolo” ha consegnato a Salvini e Di Maio presenta parti in “rosso” non facili da superare. Migranti ed Europa sono i due punti sui quali Salvini ha preteso ed ottenuto di più anche a costo di far fare a Di Maio più di un passo indietro rispetto a quanto sostenuto nella consultazioni al Quirinale. A trattenere il fiato di fronte alla valanga di improvvisazione e inesperienza di queste ore è anche Silvio Berlusconi che, dopo il via libera, ha evitato ieri di sparare sull’alleato impegnato con Di Maio «a leccare lo stesso gelato», come ironicamente sostiene Gianni Letta. Un “gelato”, che permetterà di spostare più in là la data del voto perchè il Cavaliere, seppur preoccupato, sa che la medicina populista va deglutita sino in fondo.
 
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