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Coronavirus, le aziende e la riapertura, il prefetto di Padova: «Siamo sommersi da richieste di deroga»

Renato Franceschelli
di Gabriele Pipia
4 Minuti di Lettura
Giovedì 16 Aprile 2020, 01:19 - Ultimo aggiornamento: 01:52
Ha verificato decine di dichiarazioni e disposto una manciata di sospensioni anche il giorno di Pasqua. «Siamo sommersi da una marea di carte, il lavoro è tanto e non ci si può fermare» sorride nel suo grande ufficio di Padova, Renato Franceschelli.

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È uno dei tanti prefetti del Nordest subissati da una raffica di richieste inviate da tutte quelle aziende che intendono mantenere aperte dichiarandosi «parte di una filiera fondamentale». L’intera provincia di Padova conta oltre 100 mila imprese e le autocertificazioni arrivate nelle ultime tre settimane superano quota seimila. Gli imprenditori padovani non vogliono fermarsi, ma più di qualcuno è già stato costretto a stoppare la produzione. «Noi invece non ci fermiamo mai» racconta Franceschelli alle sette di sera, stilando un nuovo report da spedire a Roma. 

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Prefetto, sembra un lavoro mastodontico. 
«Lo è. I primi giorni sono serviti solamente per mettere in ordine alfabetico tutte le pratiche. C’è chi ha mandato richieste doppie o triple, chi ha scritto a indirizzi sbagliati, chi non ha comunicato i codici Ateco. Di tutto e di più». 

Molti anche tra gli imprenditori non conoscono bene il meccanismo. Proviamo a riassumerlo?
«Chi ha un’impresa con un codice non incluso tra quelli autorizzati dal decreto, può comunque continuare a lavorare. Deve però inviare una dichiarazione dimostrando l’appartenenza ad una filiera essenziale autorizzata dal governo». 

Quante di queste dichiarazioni sono arrivate in provincia di Padova? 
«Siamo a quota 5.160 già scaricate, ma oggi ne è arrivato un altro migliaio. Sono 1.638 quelle che si sono concluse con un via libera, 77 i dinieghi. Ma i numeri si aggiornano ora dopo ora». 

Come fate a verificarle tutte dettagliatamente?
«La prefettura impiega una dozzina di persone, praticamente tutto il personale in servizio. Molti sono in smart working: ci siamo suddivisi le pratiche e facciamo del nostro meglio. Ci supportano camera di commercio, guardia di finanza e vigili del fuoco». 

In che modo?
«La camera di commercio possiede tutti i dati delle imprese, quindi ci permette di verificare i codici Ateco e le attività prevalenti di un’azienda. La finanza fa un lavoro fondamentale per accertare che le dichiarazioni siano veritiere. Se una ditta dichiara di lavorare per un’altra impresa, i finanzieri vanno a controllare fatture elettroniche, movimenti contabili e lettere d’incarico per vedere se è effettivamente così. I vigili del fuoco, invece, intervengono per le verifiche tecniche quando un’azienda dichiara di essere costretta a lavorare a ciclo continuo. Le richieste di questo tipo sono state una decina». 

A questo punto la pratica si può concludere in due modi: autorizzazione o bocciatura. 
«Sì. Nel primo caso vale la regola del silenzio-assenso, quindi un’attività può continuare a lavorare legittimamente senza ricevere alcuna comunicazione. Se invece disponiamo un diniego, viene notificato all’imprenditore un provvedimento di sospensione». 

Sono previste sanzioni?
«Se riteniamo che abbia agito in buona fede no, se invece ha dichiarato volontariamente il falso si entra nella sfera penale. Ognuno si assume le responsabilità di ciò che scrive». 

Con la regola del silenzio-assenso, però, c’è il rischio che molte aziende sfruttino il periodo della vostra valutazione per continuare a lavorare pur magari non potendolo fare. 
«Sì, possono farlo. Ed è per questo che noi cerchiamo di sbrigare più pratiche possibili. Mediamente alcune centinaia ogni giorno. E in ogni caso ci sono sempre i controlli anche sulle aziende rimaste aperte». 

Chi li compie?
«La guardia di finanza e lo Spisal delle aziende sanitarie. Controllare tutte le aziende in pochi giorni è impossibile, ma l’attività di verifica è ben organizzata ed è difficile che qualcuno riesca a fare il furbo». 

E se un’azienda tiene aperta nonostante le sia stato vietato?
«Fa i conti con una denuncia per violazione del decreto. È prevista la chiusura immediata, la sanzione pecuniaria di tremila euro (300 euro in forma ridotta) e una sospensione che va dai 5 ai 30 giorni, che scatterà ovviamente quando la riapertura sarà possibile». 

Intanto vi restano oltre quattromila autocertificazioni da verificare. Quanto tempo contate di metterci?
«Non sono imposte scadenze, quindi non so dire se ci metteremo un mese o una settimana. Stiamo dando il massimo ma il problema è che continuano ad arrivare». 

Qualche dichiarazione bizzarra o singolare?
«Qui a Padova nulla che mi abbia particolarmente colpito, ma segnalo che più di 800 pratiche erano non dovute. Erano autocertificazioni firmate da parte di chi, secondo il governo, poteva già tenere regolarmente aperto». 
 
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