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Ucraina, il generale Bertolini: «Putin ha già il controllo di una parte del Paese, e senza negoziati vincerà»

Marco Bertolini ha comandato in passato il 9° Reggimento “Col Moschin”: «In realtà è una guerra molto veloce.

Ucraina, il generale Bertolini: «Putin ha già il controllo di una parte del Paese, e senza negoziati vincerà»
di Ebe Pierini
6 Minuti di Lettura
Lunedì 7 Marzo 2022, 06:30 - Ultimo aggiornamento: 8 Marzo, 10:04

Proseguono gli sforzi diplomatici per cercare di garantire corridoi umanitari e addivenire ad un accordo, alla pace. Intanto però in Ucraina non cessano i bombardamenti e si continua a morire. Il generale Marco Bertolini che ha comandato in passato il 9° Reggimento “Col Moschin”, il Comando interforze per le operazioni speciali nonché il Comando operativo di vertice interforze, analizza la situazione attuale valutando la tipologia di intervento messa in campo da Putin, i dubbi sui rischi di un impiego di armi nucleari, le possibili strade da percorrere per un accordo e gli sforzi diplomatici messi in campo.

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Generale come valuta la strategia militare della Russia? Sta proseguendo troppo a rilento per le potenzialità che possiede? La resistenza ucraina sta avendo un peso nelle operazioni?

«In realtà è una guerra molto veloce. Segue una sua pianificazione. Si tratta di un conflitto che definirei metodico. Putin ha quasi consolidato il collegamento con Crimea e Donbass. Ha preso il controllo di 2 punti strategici come le centrali nucleari di Chernobyl e Zaporizhzhia, ha quasi circondato Kiev lasciando aperta una strada per uscire. Sta puntando anche ad Odessa. Lui sta procedendo evitando di impegnarsi troppo nelle città per evitare eccessive perdite. Il Paese, ad est del Dnepr, lo controlla. L’Ucraina è un Paese immenso, grande come la Francia ed una parte di Germania. Basti pensare che per togliere a Belgrado il Kosovo, che è un territorio molto piccolo, impiegammo 70 giorni di bombardamenti. Anche in Iraq la guerra è durata molto più a lungo. Inoltre l’esercito ucraino, composto da circa 200.000 militari, è ben organizzato e possiede mezzi e dottrina di matrice sovietica. L’Ucraina faceva parte dell’Unione Sovietica e i suoi ufficiali posseggono una preparazione analoga a quella dei colleghi russi. Non dobbiamo farci fuorviare dalle immagini del soldato russo catturato che avrebbe avuto scorte per soli tre giorni. Tre giorni di autonomia è tantissimo per un militare. Per la prosecuzione di una missione intervengono i rifornimenti da parte dei reggimenti. Tra l’altro la Russia non ha compiuto grosse penetrazioni. Si mantiene sul bordo e, da lì, rosicchia terreno verso l’interno per cui ha mantenuto le linee di comunicazione. Su Kiev punta dalla Bielorussia e anche in quel caso non ha problemi di comunicazione e collegamento. Diverso sarebbe stato il caso se la Russia avesse puntato al centro del Paese con una grossa operazione aeroportata o con una imponente guerra di penetrazione motorizzata. Putin ha subito il passaggio dei Paesi baltici alla Nato come una sconfitta. Sa benissimo però che intervenire in quei Paesi scatenerebbe una reazione della Nato anche perché ci sono unità dell’Alleanza Atlantica dislocate nella zona. Lui si è opposto al passaggio dell’Ucraina alla Nato perché il Mar Nero, che ricadeva per ¾ sotto l’area del Patto di Varsavia e per la restante parte in zona turca, ora sta diventando un lago della Nato. E Putin questo non lo può accettare».

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C’è il rischio di una guerra nucleare?

«Qualora succedesse un attacco del genere l’escalation sarebbe incontrollabile. Dopo che la bomba atomica venne utilizzata dagli Stati Uniti su Hiroshima e Nagasaki è stata impiegata solo come deterrente. Utilizzarla come arma avrebbe conseguenze soprattutto contro la stessa Russia. Putin non ha bombardato la centrale di Zaporizhzhia. Si è trattato di granate illuminanti. Se avesse provocato infatti un incidente nucleare il fallout , vale a dire la ricaduta radioattiva dell’esplosione, avrebbe interessato essenzialmente Donbass e Russia. Piuttosto è interessato a controllare le centrali per tutelarsi e perché esse sono fondamentali per l’alimentazione energetica dell’Ucraina. Quale pensa che possa essere la soluzione? Quale la via d’uscita? Le sanzioni sono una misura importante e sostanzialmente corretta. Non facciamo la cosa giusta impedendo ad un direttore d’orchestra di dirigere un concerto, cancellando le lezioni su Dostoeveskij, impendendo agli atleti russi di partecipare alle paralimpiadi, alzandoci quando il ministro Lavrov parla all’Onu. È un po’ come dire: “Con voi non discute”. L’ultima alternativa per la Russia, se non c’è dialogo, rimarrebbe vincere militarmente. Si arriverà ad una soluzione se proseguiranno i negoziati, se verranno aiutate entrambe le parti a trovarsi attorno ad un tavolo e se non verranno istigate a proseguire. Le parti devono negoziare e presentare le loro soluzioni. L’alternativa è la sconfitta di uno dei due interlocutori e, dal punto di vista militare, non c’è dubbio che a soccombere sarebbe l’Ucraina. Noi eleviamo i toni, guardiamo al conflitto come ad una partita di calcio. Si tratta di una guerra tra due Paesi europei che ci riguarda molto da vicino per questioni economiche e culturali. Se la Nato intervenisse in Ucraina i limiti sarebbero superati. Da militare avrei molta paura di una guerra estesa a tutta l’Europa. Questo comporterebbe un coinvolgimento anche nostro e noi siamo militarmente e socialmente impreparati».

 

Come potremmo sostenere uno sforzo bellico contro una potenza nucleare come la Russia? In questi Paesi diversi Paesi stanno cercando di mediare per raggiungere una tregua e magari un accordo. Chi può riuscire nell’intento?

« Israele può fare molto perché è un Paese che viene ascoltato da tutti e perché ospita una considerevole comunità proveniente da Russia ed Ucraina. Inoltre ha interessi importanti condivisi con Mosca. Israele e Russia si sono incontrati spesso e c’è un clima di collaborazione sostanziale. Anche la Cina è un interlocutore fondamentale. In questo momento è più uno spettatore attento che cerca di vedere quali interessi potrà ricavare nel dopoguerra. Sta dando un colpo al cerchio ed uno alla botte ma è comunque uno dei pochi Paesi che continuano ad avere rapporti con la Russia. Ritengo che un ruolo importante possano averlo anche Francia e Turchia che appartengono alla Nato. Non dimentichiamo che Macron continua a parlare con Putin. La Francia ha inviato anche militari ma ha dato disposizione alla sue industrie di non lasciare la Russia. La Turchia guarda a quello che sta succedendo con grande interesse e non si è unita al cicaleccio occidentale ma si è mostrata prudente e misurata».


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