La morte di Luca Ventre: «Non mi muovo», l’ultima frase agli agenti nell'ambasciata italiana

La morte di Luca Ventre: «Non mi muovo», l’ultima frase agli agenti nell'ambasciata italiana
di Giuseppe Scarpa
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Lunedì 8 Febbraio 2021, 03:15 - Ultimo aggiornamento: 03:27

«No me muevo, no me muevo». Il respiro è affannato. Sono le ultime parole di Luca Ventre, 35 anni. Il poliziotto uruguiano lo blocca a terra e gli cinge il collo con il braccio in una presa asfissiante dentro il cortile dell’ambasciata italiana a Montevideo. Sono da poco passate le sette e sette del mattino del primo gennaio.

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Luca è entrato abusivamente scavalcando il cancello. Nel frattempo l’agente della sicurezza privata che lavora con il poliziotto, dentro la nostra sede diplomatica, chiama il 911. È da questa telefonata che si coglie in sottofondo l’implorazione del 35enne. L’uomo ha il fiato corto ed è in debito di ossigeno. 

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LA TELEFONATA
La sua affermazione «no me muevo» pare essere una supplica affinché venga liberato da una morsa che potrebbe rivelarsi mortifera. Passano in totale 37 minuti. Più della metà immobilizzato energicamente dall’agente. Il resto del tempo senza più il braccio attorno al collo, disteso sul selciato senza muovere un muscolo. Tutto è ripreso dalle telecamere di sicurezza della sede diplomatica. Alle 7.44 arrivano i rinforzi. Due pattuglie. Ventre non si alza da terra. Lo devono prendere di peso. Nel breve tratto di strada, 3 chilometri e mezzo, tra l’ambasciata italiana e il pronto soccorso i poliziotti mettono a verbale che Luca si agita in auto. 


Eppure quando arriva all’ospedale dei nuovi filmati (le immagini sono riprese dalle videocamere esterne dell’Hospital de Clinicas) mostrano il 35enne ancora esanime. Cinque poliziotti devono afferrare un corpo che non oppone alcuna resistenza e farlo accomodare su una sedia a rotelle. Sulla carrozzina l’uomo si ribalta, sembra essere privo di sensi. 


Tuttavia dalla relazione finale (datata 30 gennaio) del medico legale, nominato dalla procura uruguaiana, Ventre sarebbe morto per «sindrome da delirio eccitato». 
«Secondo le cartelle cliniche dell’ospedale, è stato ricoverato vivo con un’intensa eccitazione psicomotoria che ha impedito qualsiasi intervento medico, per cui gli è stata iniettata 1 fiala di midazolam + 1 fiala di aloperidolo intramuscolare, applicando misure di contenimento per evitare ulteriori lesioni. Venti minuti dopo il ricovero è andato in arresto cardio-respiratorio, morendo nonostante le manovre di rianimazione», si legge nel referto dell’esame autoptico.

E ancora «l’ipotesi più probabile è che la causa del decesso sia legata allo stato di agitazione del paziente, nel contesto congiunto di consumo di cocaina e manovre di contenimento fisico. Anche se consideriamo che le manovre non hanno causato direttamente il decesso. In linea di principio, non crediamo che il farmaco somministrato abbia influito sulla causa della morte, i farmaci utilizzati sono di uso frequente» si legge nelle carte. Di fatto con questa tesi sia i camici bianchi che lo hanno avuto in cura che il poliziotto che lo ha immobilizzato a terra per 37 minuti verrebbero sollevati da ogni responsabilità. 


AUTOPSIA IN ITALIA
Eppure accusa il fratello Fabrizio, «Luca in quasi 60 minuti di video che abbiamo osservato tra telecamere della sede diplomatica e quelle esterne del pronto soccorso appare privo di sensi, tranne che nei primi minuti iniziali. Dove sarebbe andato in scena questo stato di agitazione di cui parla il medico legale uruguaiano?» domanda perplesso.

 
«Inutile dire che questa relazione non ci convince. Inoltre si fa un generico riferimento anche all’impiego della cocaina come concausa, senza precisare il quantitativo assunto. A questo punto - prosegue Fabrizio Ventre - attendiamo fiduciosi l’autopsia italiana». 
Il corpo del 35enne morto a Montevideo arriverà a Roma questo weekend. Già la prossima settimana è possibile che verrà eseguita l’autopsia. «Vogliamo verità e giustizia», conclude Fabrizio.

giuseppe.scarpa@ilmessaggero.it
 

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