Femminicidi, la beffa dei risarcimenti alle famiglie: «La vita di una donna vale poco più di 7mila euro»

Sabato 26 Ottobre 2019 di Rosalba Emiliozzi
Femminicidi, la beffa dei risarcimenti alle famiglie: «La vita di una donna vale poco più di 7mila euro»

Può valere settemila euro una vita? Se si parla di femminicidi questo è il risarcimento, poco di più è previsto per gli orfani. Chi piange una figlia morta o cresce senza la mamma resta solo e privo di mezzi quando l’assassino, in carcere a scontare una pena, non ha nulla.

«Paduano? Possedeva solo un’auto usata. Non ha immobili o beni da aggredire, ma inizieremo una nuova causa, la questione economica è quella che ci interessa di meno, ma andremo fino in fondo, è una battaglia che Concetta Raccuia, la mamma di Sara Di Pietrantonio, vuole fare per tutti di familiari delle vittime di femminicidio» dice l’avvocato Stefania Iasonna, che tutela la madre della ragazza romana uccisa e bruciata il 29 maggio del 2016 in via della Magliana, dall’ex fidanzato Vincenzo Paduano, condannato un mese fa all’ergastolo per i reati di omicidio e stalking. «La sentenza può dirsi definitiva - dice l’avvocato Iasonna - ma il risarcimento, 450mila euro di provvisionale, già sappiamo che nessuno lo pagherà. Una direttiva Ue impone l’istituzione di un sistema nazionale per indennizzare le vittime di reati violenti che non possono recuperare il loro credito, ma l’ammontare riconosciuto dalla norma nazionale per le vittime si traduce in cifre ridicole: 7.200 euro per l’omicidio, 4.800 euro per la violenza sessuale». Una sorta di prezziario al ribasso. Il risarcimento è stata declassato a indennizzo, con un tetto massimo: per gli orfani di femminicidi sono previsti solo 8.200 euro, 3.000 euro per le spese mediche documentate. Briciole che umiliano.
 

 

«La legge di attuazione italiana non è in linea con il dettato della normativa europea e ne va richiesta la disapplicazione: a gennaio di quest’anno la Corte di Cassazione con una ordinanza interlocutoria ha sottoposto nuovamente la questione alla Corte di Giustizia della Unione Europea sottolineando questa stortura, chiedendo che si pronunci in merito al fatto se l’indennizzo stabilito in favore delle vittime dei reati intenzionali violenti possa reputarsi “indennizzo equo ed adeguato alle vittime” in attuazione di quanto prescritto dall’art. 12, par. 2, della direttiva 2004/80 Ue» dice Iasonna.

E anche solo accedere alle briciole del fondo comporta una procedura che scoraggia. «Adire la legge 122 del 2016? Io lo sconsiglio, l’iter è troppo lungo e oneroso. Per prendere cosa? 7.200 euro? Se non si è ammessi al gratuito patrocinio si devono richiedere a pagamento le copie conformi di tre sentenze definitive (primo grado, appello e Cassazione) tentare sempre a pagamento l’esecuzione civile contro il condannato e solo allora l’istanza per la richiesta dell’indennizzo» spiega l’avvocato Paolo Carnevali che si è occupato di diversi casi di violenza. Spesso, poi, non arriva neanche il risarcimento beffa. È successo alle figlie dei coniugi di Montelupone, nelle Marche, Paolo Marconi, 83 anni, e la moglie Ada Cerquetti, 73, uccisi in modo efferato nel 2012 da Alili Abdul, macedone di 28 anni, poi condannato all’ergastolo. Le due sorelle, rimaste senza genitori, non hanno ricevuto nulla, «ma il Comune in passato ha aiutato la moglie del condannato e i tre figli» dice Carnevali.
 

«Lo Stato si occupa degli assassini, del loro recupero, le vittime non hanno tutela, al processo la parte civile è come un peso e non ottiene quasi mai risarcimenti. Le posso dire che su 20 casi di femminicidio di cui mi sono occupata, solo 3 hanno ottenuto i danni, per gli altri nulla - dice Deborah Riccelli, scrittrice genovese, presidente dell’associazione “Oltreilsilenzio” che si occupa da 12 anni di familiari di vittime di femminicidi - i processi, poi, sono dolorosi, nessuno assiste le vittime. Pensi che un padre è stato denunciato dall’avvocato dell’assassino di sua figlia solo perché gli disse di trattare meglio, in aula, la foto della ragazza». Nello spettacolo teatrale “Nessuno mai potrà + udire la mia voce”, Riccelli ha raccontato i femminicidi attraverso la sofferenza di chi resta. Spesso sono bambini, come il caso del femminicidio in Abruzzo il 9 ottobre scorso: un autotrasportatore romeno di 36 anni, Cristian Daravoinea, ha ucciso con due coltellate la convivente Mihaela Roua, 32, perché voleva lasciarlo. «Ho tolto la madre a mia figlia e io non ci sarò più, cosa farà ora la bambina, la solo sei anni?» è la domanda che lo tormenta in carcere dove è guardato a vista per rischio suicidio. Oppure le due sorelle di Pesaro di 23 e 15 anni, rimaste orfane questa estate - il padre Andrei Cegolea, moldavo di 47 anni, ha ucciso la moglie Maria, 42, poi si è impiccato - hanno chiesto aiuto via Facebook perché sole e senza mezzi.

«Nonostante la legge n. 4 del 2018, sia entrata in vigore, ad oggi non è stato emanato il regolamento volto a stabilire i criteri di accesso al fondo di rotazione, situazione che svuota di significato i molteplici interventi in favore degli orfani di crimini domestici lasciandoli, di fatto, senza alcuna tutela effettiva - dice la vice presidente della Camera e deputata di Fi, Mara Carfagna che ha presentato un’interrogazione al ministro dell’Economia per sbloccare i fondi - Il governo sta tenendo sotto sequestro sette milioni di euro, già previsti e stanziati da tre diverse leggi dello Stato, sottraendoli agli orfani delle vittime di femminicidio e alle famiglie affidatarie che si prendono cura di loro. È una vergogna. Un vero e proprio scippo a circa duemila ragazze e ragazzi, bambine e bambini e a chi si occupa quotidianamente della loro vita, già tormentata da un passato impossibile da rimuovere».

Ultimo aggiornamento: 13:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA