Hai scelto di rifiutare i cookie

La pubblicità personalizzata è un modo per supportare il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirti ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, ci aiuterai a fornire una informazione aggiornata ed autorevole.

In ogni momento puoi modificare le tue scelte tramite il link "preferenze cookie" in fondo alla pagina.
ACCETTA COOKIE oppure ABBONATI a partire da 1€

Inchiesta partita grazie ai pentiti, un avvocato tra le vittime del clan

Inchiesta partita grazie ai pentiti, un avvocato tra le vittime del clan
di Laura Pesino
4 Minuti di Lettura
Giovedì 16 Giugno 2022, 16:10 - Ultimo aggiornamento: 16:14

Sono ancora i collaboratori di giustizia Agostino Riccardo, Renato Pugliese e Andrea Pradissitto ad aprire nuove strade di indagine per gli investigatori della squadra mobile, a rivelare nuovi scenari e a ricostruire il quadro fitto degli affari dei clan in provincia e anche oltre.
E' una storia ben nota sul territorio, fatta di intimidazioni, di omertà e silenzi, paura di ritorsioni e un diffuso stato di assoggettamento derivante dai metodi mafiosi che aveva indotto spesso le vittime a cambiare residenza, allontanarsi dalla città o cedere le proprie attività commerciali. Dalle nuove dichiarazioni emerge ancora un lungo elenco di bersagli colpiti: imprenditori, cittadini, commercianti, perfino alcuni detenuti, a cui il clan ha estorto denaro o dai quali, fino ad epoche più recenti, ha preteso beni senza pagare il dovuto. Tutto spendendo il nome della famiglia, come segno di appartenenza a un gruppo criminale in grado di avere il pieno controllo del territorio.

L'EREDITA' PERSA A CARTE
Fra gli episodi citati nelle carte dell'ordinanza ne compaiono alcuni più lontano nel tempo (2004 e 2013 fino al 2019), che danno la misura della violenza del clan e del terrore generato nelle vittime. Fa riferimento in particolare a un commerciante del capoluogo con il vizio del gioco, che si era ritrovato a perdere una ingente somma di denaro giocando a carte prima con Pasquale Ciarelli e poi con Ferdinando Macù. In un caso il malcapitato fu costretto a cedere la sua Audi A3 per restituire 20mila euro, in un altro fu costretto a consegnare nel giro di due giorni una cospicua parte di un'eredità ricevuta di cui i membri del gruppo ovviamente erano a conoscenza.
Nel 2003 invece Costantino Patatone Di Silvio entrò nel suo negozio e chiese la consegna di 30mila euro minacciando di torturarlo se non avesse acconsentito (Ti porto alla stalla a torturarti, ti brucio tutto il negozio). Il giorno dopo la vetrina del suo locale era in frantumi. Nel 2013 lo stesso commerciante venne fermato anche dalla famiglia Di Silvio, in particolare da Gianluca e Samuele e da Matteo Ciaravino che gli puntò una pistola alla tempia dicendo: «Mo gli sparo proprio a questo». La richiesta estorsiva era di 20mila euro. E non fu l'ultima. Nel 2021 infatti Carmine Ciarelli ricontatta il commerciante su messenger: «Ciao Bello di zio, come stai, spero bene. Io sono Carmine Ciarelli dopo 11 anni di carcere finalmente libero, sto agli arresti domiciliari a Teramo. Ho un problema. Mi servono mille euro, devo pagare l'affitto, se puoi perstarmeli. Io entro aprile te li ridò». E fornisce ance il codice della sua Poste Pay. «Ciao Alessiè, un bacio da zio Carmine». Poi ci riprova con l'account Facebook Puro Sangue Ciarelli.

INTIMIDAZIONI AI TESTIMONI
La detenzione e le precedenti inchieste dunque non avevano scalfito il potere né i metodi della famiglia, come dimostra un'altra delle vicende ricostruite dal gip che riguarda una delle vittime di usura del processo Caronte che per estinguere il debito era stata costretta a cedere un immobile di proprietà. Nel 2020, anni dopo la chiusura del processo, Carmine Ciarelli si fa vivo con l'uomo sempre attraverso lo stesso profilo Facebook: «Buonasera, volevo sapere come ti senti dopo che mi hai truffato 250mila euro e mi hai fatto fare 11 anni di galera. Ti chiedo solo di restituirmi il mio. Non c'è bisogno che ti cancelli da Facebook, se ti voglio trovare ti trovo lo stesso».

LA PROTEZIONE IN CARCERE
Altre estorsioni si consumano poi in epoche recenti direttamente in carcere, come quella a Fabrizio Colletti, figlio di Paola Cavicchi, arrestato nel 2018 nell'ambito dell'operazione Arpalo e finito nella casa circondariale di Latina per alcuni mesi. A lui Roberto Ciarelli e Matteo Ciaravino avevano offerto protezione inizialmente in cambio di cibo e sigarette, poi, con la scarcerazione, il prezzo era diventato in denaro, con frequenti visite in casa per elemosinare decine di euro o centinaia.

L'APPARTAMENTO OCCUPATO
Fra i professionisti presi di mira c'è anche un avvocato proprietario di un appartamento in via Milazzo preso in affitto da Manuel Agresti e dalla compagna in cui si erano insediati però Roberto Ciarelli e sua madre Rosaria, senza pagare l'affitto. Quando il legale aveva cercato di mandarli via aveva ricevuto plateali minacce: «Ci devi lasciar perdere stronzo, domani muori, figlio di puttana».

© RIPRODUZIONE RISERVATA