Cannes, i ricordi e il bilancio
del presidente Gilles Jacob

Domenica 27 Aprile 2014 di Gloria Satta
Gilles Jacob, il leggendario presidente del festival di Cannes
Non sarà un addio. «E non farò discorsi», dice Gilles Jacob alla vigilia del suo ultimo Festival di Cannes, il 38mo, nel ruolo di presidente. «Anche quest’anno riceverò i registi e i divi, mi occuperò del personale, correrò a risolvere gli eventuali problemi tecnici. Questa edizione somiglierà alle 37 che l’hanno preceduta».

Classe 1930, critico cinematografico e scrittore, uomo di rara eleganza, l’anno prossimo Jacob lascerà il posto a Pierre Lescure, l’ex patron di Canal Plus. Ma resterà al Festival, orgoglioso di averne difeso «l’indipendenza artistica, politica, finanziaria», come presidente onorario e guida della Cinéfondation da lui creata per aiutare i giovani talenti. Soprannominato ”Monsieur le Cinéma” e ”Citizen Cannes”, autore di gustosi film di montaggio come Chacun son Cinéma (35 corti di altrettanti maestri per il sessantennale del Festival) e Una giornata particolare, è l’uomo più influente del cinema contemporaneo avendo scoperto autori come Spielberg, Von Trier, Moretti, Coen, Campion, Soderbergh, Kiewslowsi, Tarantino. Dal 14 al 25 maggio lo ritroverremo in cima alla ”montée des marches”, ambitissimo approdo di chi fa cinema.

Perché non vuole celebrare l’ultimo anno da presidente?

«Non sono una star ma un semplice servitore del Festival. Resterò ad accuparmi della Cinéfondation, la mia creatura, scriverò un nuovo libro e curerò un documentario sulla storia di Cannes. Ho potuto fare tanto perché sono rimasto in carica a lungo, a differenza dei direttori della Mostra di Venezia: cosa possono costruire in quattro anni?».

Di quale scoperta è particolarmente fiero?

«Di Nanni Moretti. Lo invitai nel 1978 in concorso con Ecce Bombo quando era giovanissimo e sconosciuto. Adoro il cinema italiano e il film che ora aspetto di vedere con più piacere è Le meraviglie di Alice Rohrwacher».

La sua personale Palma d’oro?

«Kieslowski. Più che un regista, era un filosofo moralista dal pensiero profondo. Amava Irène Jacob, l’attrice dei suoi film, ma non osava confessarglielo. Bastava però vedere come la riprendeva per capire tutto».

Chi altro ricorda con nostalgia?

«Kurosawa. Quando vinse la Palma d’oro ex aequo con Bob Fosse, esclamò: la prossima volta farò meglio».

E quando Pialat fece il gesto dell’ombrello?

«Era stato fischiato, non aveva cominciato lui!».

Le più grandi star transitate sulla Croisette?

«Ingmar Bergman, Fellini, John Huston. Registi, come vede: le vere star sono loro».

Lo choc più forte?

«Quando, nel 1968, gli autori della Nouvelle Vague bloccarono il Festival. Fu un’azione violenta e inattesa. E che impressione vedere Saura interrompere il suo film!».

Cosa si augura?

«Che il Festival continui, in un cinema che si trasforma senza sosta, ad anticipare i talenti e le tendenze. Bisognerà poi vigilare perché resti il primo del mondo».

Chi potrebbe minacciarlo?

«La Cina, per esempio: ha soldi e risorse umane per mettere in piedi una grande rassegna mondiale».

Cannes continuerà a difendere la sacralità del cinema?

«Credo di sì. Il rituale della montée des marches ha una connotazione religiosa: è l’ascesa verso la Palma, il paradiso, l’eccellenza. E spero che non verrà meno la capacità di ricevere e onorare gli artisti. E’ uno dei segreti del Festival».

Gli altri quali sono?

«La capacità di garantire diversi equilibri: tra arte e commercio, cinema di ricerca e spettacolo, il duro lavoro dei professionisti e il clima da vacanza».

Un suo rimpianto?

«La documentazione delle prime edizioni del Festival è andata persa. Che dolore: tra cent’anni l’archivio è quello che rimarrà di questa manifestazione unica al mondo».



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