I pasdaran uccisi/ I droni killer che mettono in imbarazzo anche Biden

Martedì 1 Dicembre 2020 di

Mohsen Fakhrizadeh Mahabadi, il “padre del nucleare iraniano”, è solo l’ultimo di una lunga serie di personalità di rilievo della Repubblica islamica iraniana che cade per mano di sicari. Tra il 2003 e il 2012 diversi scienziati iraniani furono eliminati in modo simile. 


Il 2020 è stato inaugurato dall’omicidio di Qassam Suleimani, comandante della Brigata Al Quds, unità d’élite dei pasdaran, avvenuto fuori dell’aeroporto di Baghdad ad opera di un drone americano. Un evento che si è ripetuto ieri, con il comandante dei pasdaran Muslim Shahdan, ucciso al confine tra Iraq e Siria in un attacco di un drone. Allora fu Donald Trump a rivendicarne con fierezza la paternità. Nel caso di Mahabadi, invece, nessuno si è fatto avanti, ma tutti gli indizi portano a Tel Aviv, come negli altri casi in cui degli scienziati iraniani sono caduti vittime di attentati terroristici. 


Il premier israeliano Netanyahu del resto lo aveva esplicitamente nominato in una conferenza stampa surreale – uno show imbarazzante – nel 2018. 


E ieri il ministro israeliano per l’Energia, Yuval Steinitz, ha dichiarato al New York Times che chiunque abbia ucciso Mahabadi ha compiuto «un’azione utile non solo a Israele ma anche all’intera regione e al mondo».

Siamo al punto in cui un politico israeliano inventa la categoria giuridica del “crimine a favore dell’umanità”. Fa rabbrividire pensare che una simile affermazione provenga dall’appartenente a un popolo che ha subito la Shoah.


Israele ha d’altronde una lunga pratica di omicidi di chi considera minacce alla «propria sicurezza esistenziale», sperimentata da molti anni nella Striscia di Gaza. E gli americani non hanno certo dovuto aspettare la presidenza di Donald Trump per seguirne l’esempio. Fu Barack Obama ad incrementare in maniera consistente l’impiego di droni killer, mentre procedeva al sostanziale ritiro delle truppe dall’Afghanistan.


Come ha sottolineato l’ex capo della Cia John Brennan, prassi del genere sono inaccettabili e ingiustificabili, perché destabilizzano la regione e, aggiungiamo noi, contribuiscono a imbarbarire il mondo, lo rendono un posto peggiore di quanto già non sia. Dimostrano il più assoluto disprezzo per il diritto e le convenzioni internazionali e aprono la strada, “autorizzano” – questa è l’amara verità – la ritorsione da parte di chi ne è rimasto vittima. È ipotizzabile che, come nella vicenda di Suleimani, anche in questa occasione le autorità iraniane non reagiranno né immediatamente né apertamente. Ma è pressoché certo che, o prima o poi, anche questo assassinio verrà vendicato.


È semplicemente impossibile che il governo israeliano abbia deciso per un simile gesto senza informarne preventivamente Washington, certo che comunque questa amministrazione non avrebbe opposto alcuna obiezione. Sappiamo del resto che lo scorso 11 novembre il presidente Trump aveva chiesto ai vertici militari del Pentagono quali opzioni fossero a disposizione per colpire gli impianti nucleari iraniani. E il 19 dello stesso mese il segretario di Stato americano Mike Pompeo era stato in visita in Israele, rilasciando dichiarazioni strabilianti sulla legittimità degli insediamenti israeliani nella Palestina occupata.


Questa sequenza di avvenimenti, questa continua e sistematica ricerca della provocazione – di cui l’attacco di ieri fornisce ancora più consistenza – getta una nuova luce inquietante sul viaggio lampo che il 22 novembre ha portato Pompeo, Netanyahu e il capo del Mossad (Yossi Cohen) a Neon, in Arabia Saudita, per un vertice con il principe ereditario Mohamed Bin Salman. Si rafforza il sospetto che in quell’incontro si sia discusso di una strategia, se non di un vero e proprio piano, che contempli un blitz aereo contro gli impianti nucleari iraniani da realizzare prima che Trump lasci la Casa Bianca (il 20 gennaio), se non addirittura prima del 14 dicembre, data in cui il Collegio dei grandi elettori designerà Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti. 


Si tratta di una scelta coerente con la visione di ordine regionale di Trump, Netanyahu e Bin Salman ed estremamente utile e tempestiva per gli interessi personali di tre uomini politici in difficoltà ma disposti a tutto pur di restare o tornare in sella.


Nei prossimi giorni potremmo cioè assistere a un’escalation nella regione, se solo l’Iran fornirà il minimo pretesto e forse persino in assenza di un pretesto. Trump ha intenzione di lasciare al suo successore Joe Biden la peggiore eredità possibile, convinto che questo potrebbe consentire una sua clamorosa rielezione nel 2024. E sappiamo che non si fermerà di fronte a nulla. Se non ha esitato a mettere in discussione la Costituzione degli Stati Uniti, a delegittimare il processo elettorale e ad alimentare inconsistenti teorie di complotti ai suoi danni, che cosa volete che rappresenti per Trump violare la sovranità altrui e il diritto internazionale?


Impedire che gli Stati Uniti possano rientrare nel Jcpoa (l’accordo sul nucleare voluto da Obama e osteggiato in maniera furibonda da Netanyahu e Bin Salman, da cui Trump si è ritirato) e tornare tra quattro anni alla Casa Bianca varrà pure la vita di qualche centinaio o migliaio di iraniani. 
 

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