Francesco Grillo
Francesco Grillo

L’esempio Usa/ La gestione del Recovery e i ritardi dell’Europa

di Francesco Grillo
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Lunedì 15 Marzo 2021, 00:10

A che punto è Next Generation Eu? Cosa rimane, dopo un anno, dell’intuizione che fu di Emmanuel Macron e Angela Merkel? Può essere questo lo strumento per rendere, davvero, più resistente agli shock l’economia europea e irreversibile il processo di integrazione? Per capirlo meglio può essere utile tornare alla frase con la quale, nel 1790, l’economista Alexander Hamilton riuscì a convincere Thomas Jefferson e James Madison - che nel decennio successivo sarebbero diventati entrambi presidenti degli Stati Uniti - della necessità di fondere i debiti accumulati dalle diverse colonie durante la guerra per l’indipendenza da Londra: «Un debito pubblico finanziato nella maniera giusta, può essere una benedizione per la Nazione». Ed è dalla cena nella quale i tre padri fondatori trovarono un compromesso tra la ricca Virginia ed un Massachusetts sull’orlo della bancarotta, che nasce la storia del Paese che avrebbe dominato il mondo. 

Fu da premesse politiche e finanziarie simili che, un anno fa, nacque l’idea di un fondo finanziato dalle risorse della Commissione. Politiche perché è evidente che è solo dotando l’Unione di una propria capacità di risposta fiscale agli shock, che l’euro diventa davvero irreversibile. Ma anche finanziarie, perché la stabilità dell’integrazione monetaria è messa a rischio dall’assenza di un mercato integrato e liquido come quello degli Stati Uniti. 

Oggi i prestiti internazionali denominati in dollari fanno registrare volumi tre volte superiori a quelli in euro. Un’area con una Banca centrale europea sempre più esposta a ventisette debiti sovrani, continua a covare fragilità pericolose se non dotiamo le istituzioni comunitari della possibilità di concepire e realizzare politiche fiscali comuni e veloci senza aspettare unanimità sfibranti.

Tuttavia, dopo un anno, l’Unione europea dimostra, ancora una volta, un suo vecchio difetto: alla potenza di certe intuizioni segue una capacità di implementazione insufficiente. Il problema di Next Generation Eu sembra, infatti, di due tipi. 

Innanzitutto di tempistiche: come previsto, dopo un anno non abbiamo ancora speso un euro del Recovery plan; ma il ritardo rischia di dilatarsi, se è vero, come riporta l’agenzia Bloomberg, che molte delle bozze presentate finora dai diversi Paesi sono lontane dal soddisfare le richieste minime previste dal regolamento comunitario e che, addirittura, due dei Paesi frugali non hanno neppure consegnato una bozza del piano. 

In secondo luogo, la dimensione complessiva della risposta prevista sembra, oggi, insufficiente ed è la stessa inevitabile lentezza del processo che rende un pacchetto le cui cifre furono definite nel maggio 2020, inadeguato rispetto ad una pandemia che ha fatto registrare l’80% dei decessi nei mesi successivi all’accordo.

Come racconta il grafico che accompagna l’articolo, Next Generation Eu vale in ragione di anno meno dell’1% del Pil dell’Unione per i prossimi sei anni (e circa l’1,2% del Pil italiano). La cifra è quasi dieci volte inferiore a quella investita dall’amministrazione americana (e che il nuovo presidente Biden ha aumentato di un ulteriore 50%); ma molto inferiore anche alle risorse stanziate dagli Stati membri dell’Unione a livello nazionale e già quasi interamente arrivate alle famiglie e alle aziende. 

Il processo avviato lo scorso anno va, dunque, sicuramente completato, ma, anche, rivisto profondamente. Persino prima di vederne i risultati definitivi nei Paesi che faranno la differenza: Italia e Spagna, innanzitutto. Come? Personalmente vedo due strade.
La prima: dei tre strumenti proposti dall’Unione europea – il Recovery Plan (si chiama, in realtà, “dispositivo di rilancio e resilienza”); il finanziamento del Meccanismo europeo di stabilità (Mes) destinato ai sistemi sanitari e che nessuno ha usato; e lo Sure per interventi di sostegno al lavoro – il terzo è quello che sta funzionando meglio. 

L’idea potrebbe essere quella di costruire a livello europeo, nei prossimi mesi, un polmone finanziario che vada a coprire - in maniera universale - tutti quelli che si ritrovano a perdere un lavoro per effetto di uno shock improvviso o delle ristrutturazioni che le tecnologie inducono. La pandemia ha dimostrato che i vecchi sistemi di welfare nazionale non riescono a coprire le fasce di popolazione più produttive e meno stabili (i giovani impiegati dalla Gig economy, ad esempio). Dare all’Europa la missione di raggiungere tutti, può diventare l’occasione per diventare molto più popolare e politica.

In secondo luogo, non sarebbe sbagliato immaginare, in futuro, un approccio più pragmatico, agli stessi Recovery Plan. Piuttosto che aspettare che gli Stati producano una strategia di rinnovamento di un’intera società, si potrebbe chiedere di presentare, anche in tempi diversi, tre-quattro cantieri di innovazione e di riforma. Essi non necessariamente andrebbero integrati in uno stesso Recovery Plan (laddove, ovviamente, il ritardo avrebbe un costo); potrebbero concentrarsi su obiettivi specifici o problemi da risolvere (meno generali di quanto non rischia di esserlo la “transizione ecologica”); e funzionerebbero da modello da estendere ad altri strumenti di programmazione.

Con una logica di questo genere, il governo italiano potrebbe focalizzare le proprie risorse – intellettuali, manageriali e di negoziazione con le parti sociali – su un numero limitato di priorità senza esporsi ad aspettative che rischiano di essere controproducenti. Per esempio, in questi mesi sarebbe opportuno uno sforzo sulle scuole, che andrebbero trasformate in tempo pieno e dotate di autonomia; sulla sanità, che va ristrutturata per arrivare, direttamente, a casa degli anziani; sul taglio drastico di inquinanti in città, che si realizza spostando quote di mobilità importanti dall’automobile tradizionale all’elettrico, alle ciclabili e al condiviso. Insomma, potrebbero fare da progetti bandiera.

Duecentotrenta anni fa, Hamilton riuscì a trasformare quindici ex colonie nell’embrione di un Paese capace di resistere molto meglio dell’Europa ad altri eventi catastrofici. Quella decisione però fu vincente proprio perché concepita sin dall’inizio come questione morale. Mancano, ancora, il pragmatismo flessibile e la ferma volontà di grandi intellettuali che si incontrarono con il potere, per dare all’Europa la prospettiva per sopravvivere ad un secolo completamente nuovo. 
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