Alessandro Campi
Alessandro Campi

Allarme clima/ Gli isterismi ecologisti e i politici che restano lucidi

di Alessandro Campi
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Giovedì 4 Novembre 2021, 00:09

Il riscaldamento globale e i cambiamenti climatici sono sicuramente un problema: non del domani, ma dell’oggi. Basta a testimoniarlo il succedersi, sempre più frequente, di fenomeni metereologici particolarmente virulenti, ai quali non eravamo abituati: dalle piogge torrenziali che provocano inondazioni e allagamenti ai lunghi periodi di siccità che danneggiano le produzioni agricole. 
Occorre agire e in fretta, dicono tutti: gli scienziati, i grandi della Terra, i giovani che temono per il loro futuro. Il problema è che proprio su questo pressante invito sembra finire il loro accordo. 
Le soluzioni proposte dagli studiosi e dai tecnici (tra questi includiamo anche gli economisti) spesso non coincidono tra di loro, sempre ammesso che siano realizzabili immediatamente e su vasta scala. Le energie alternative pulite e rinnovabili di cui tanto si parla (eolica, solare, geotermica, mareomotrice, idroelettrica, da biomassa o a idrogeno verde) che quota di fabbisogno potranno realmente soddisfare solo a voler mantenere, su scala mondiale, gli attuali livelli di produzione e consumo? 


Nel mix energetico verde dobbiamo (ri)considerare anche il nucleare, come anche a livello di Unione Europea si comincia a sostenere con forza? Tutti infine concordano nel dire che la transizione ecologica significa un nuovo modo di produrre, di vivere e di consumare: ma su quali potrebbero essere i costi, sul versante occupazionale e sociale, di questo cambiamento epocale non si riescono ad avere valutazioni attendibili o si preferisce sorvolare.
I capi di Stato e di governo, dal canto loro, ai quali viene chiesto di salvare il pianeta dando vita a un nuovo modello di sviluppo economico, meno inquinante di quello industrialista classico, debbono anche difendere le legittime aspirazioni delle rispettive comunità a godere di un benessere diffuso. E le due cose – basta guardare il problema dal punto di vista dei Paesi non occidentali – non sempre coincidono. A questi ultimi si chiede sostanzialmente di rinunciare ad un sistema produttivo e a uno stile di vita dei quali noi abbiamo largamente goduto e dei quali loro hanno appena cominciato a beneficiare: una beffa della storia. 
Quanto ai giovani che rivendicano un mondo diverso, meno distruttivo degli equilibri naturali, non si è ancora capito come pensano di costruirlo: fanno affidamento sulle innovazioni tecnologiche che la macchina capitalistica globale (e chi altri?) sarà in grado di produrre ancora una volta o, diffidando radicalmente di quest’ultima, pensano di soddisfare il loro afflato ambientalista attraverso la rinuncia alla cornucopia consumista e il ritorno alle abitudini frugali e austere dei loro bisnonni? Pensano, diversamente dai loro padri, che il progresso (anche in senso morale) deve definitivamente dissociarsi dal progresso inteso come mero accumulo di beni e ricchezze a scapito del mondo in cui viviamo?


Ma il problema non è solo l’esistenza di ricette e prospettive su come affrontare l’emergenza climatica molto diverse tra loro e non tutte facilmente praticabili (almeno in tempi brevi). Ciò che più colpisce – guardando ai lavori della conferenza di Glasgow come ad altri appuntamenti dello stesso tipo negli ultimi anni – è il modo con cui vengono ormai abitualmente condotte, a livello politico-mediatico, le mobilitazioni a sostegno dell’ambiente e le discussioni sul tema. 
Vale a dire con un registro che oscilla sempre più tra spettacolarizzazione, populismo e senso della catastrofe: quello probabilmente più adatto dal punto di vista comunicativo se l’obiettivo è suscitare emozioni collettive e uno stato di allarme globale. Ma ci si chiede quanto sia quello giusto per affrontare un problema che, proprio perché serio e drammatico, richiederebbe, invece che enunciazioni retoriche e proclami di una fine del mondo imminente, un sovrappiù di razionalità, concretezza e pragmatismo.
Su cosa siano diventate queste grandi kermesse internazionali c’è poco da dire: l’altro giorno all’inaugurazione della COP26 di Glasgow, tra musiche di sottofondo, scenografie accurate ad uso di telecamera, testimonial che sfilavano in passerella, filmati emozionali e discorsi motivanti rivolti all’uditorio sembrava di stare ad un mega evento sportivo o al lancio di un prodotto ad opera di una multinazionale.


Sennonché in sala, per parlare e ascoltare, c’erano molti governanti e capi di Stato, che ne hanno approfittato per fare sfoggio di buoni sentimenti e per assumere impegni solenni (come tali fatalmente generici) per i quali, se non onorati, nessuno di loro verrà chiamato a rispondere. Senza contare che decidere sul futuro ambientale del mondo in assenza della più grande (e inquinante) economia del mondo difficilmente può portare a risultati vincolanti.
Fuori, a contestarli secondo copione, attivisti e militanti provenienti da ogni dove a dispetto del freddo: partigiani appassionati di una grande e giusta causa, ma anch’essi contagiati dal virus a quanto pare dilagante ad ogni latitudine ideologica del populismo. Cosa è, se non populismo, accusare i politici di limitarsi alle chiacchiere e al “bla bla bla” o pretendere di essere “noi”, quelli che stanno in piazza, i veri difensori dell’ambiente, mentre “loro”, quelli che stanno chiusi al calduccio nel palazzo, fanno solo finta di decidere e di preoccuparsi per il futuro? Delegittimare come inetti, insensibili e criminali i rappresentanti legali del popolo è sempre una pessima idea. Il populismo ambientalista – manicheo, semplificatore e privo di ricette come tutte le altre varianti del medesimo fenomeno – è accettabile solo perché a cavalcarlo sono giovani idealisti nei confronti dei quali si coltiva un terribile senso di colpa?
Infine, la pedagogia della paura, l’idea cioè che per indurre comportamenti responsabili nelle persone dal punto di vista ecologico-ambientale, ovvero per far loro prendere coscienza dei problemi legati ai cambiamenti climatici, li si debba convincere – come si è sentito in diversi discorsi e dichiarazioni pubbliche – che «manca un minuto alla mezzanotte del pianeta», che «tra nove anni la terra potrebbe non esserci più», insomma che la fine del mondo è prossima anche se forse possiamo ancora evitarla.


Un immaginario apocalittico, allarmistico e fatalmente ansiogeno sostenuto (con irresponsabile leggerezza) un po’ da tutti: anziani uomini di governo e giovani contestatori, scienziati e professionisti dell’informazione. Ma siamo sicuri che una simile rappresentazione del futuro – come non bastassero le paure legate alla pandemia – induca comportamenti virtuosi nei singoli e favorisca decisioni sagge e ponderate negli uomini di potere? Ricordiamo che allo spirito di Apocalisse si associa sempre il fanatismo, che è l’opposto dello spirito di ragione richiesto a chi occupa responsabilità di potere. 
Ciò detto, qualcosa dovremo inventarci per affrontare la questione del degrado ambientale e, soprattutto, per risolvere il paradosso tragico che l’accompagna: ridurre le emissioni e l’inquinamento in un mondo che nel futuro richiederà sempre più energia. Ma piuttosto che promettere l’impossibile o assumere impegni inutilmente solenni e gravosi (salvo scoprire il giorno dopo che molti grandi Paesi del mondo non hanno alcuna intenzione di rinunciare al carbone come fonte strategica) sarebbe preferibile concentrarsi su obiettivi più limitati e realistici (tipo l’accordo per frenare la deforestazione). E rendersi disponibili, tenuto conto dei contrasti geopolitici, delle divaricazioni strategiche e delle differenti vedute tecniche che anche nel recente summit di Glasgow sono emersi, agli inevitabili compromessi, come del resto è già successo.


Solo in questo modo, in attesa di una catastrofe che a dispetto degli annunci per fortuna non ci sarà nemmeno stavolta, la politica degli Stati potrà fare il suo corso e raggiungere qualche serio risultato nell’interesse di tutti a partire dall’interesse di ognuno di essi. Ci siamo del resto già passati, per chi ha la memoria corta, ai tempi della minaccia di un olocausto nucleare. Un copione analogo a quello odierno: allarmi sulla stampa e nel mondo intellettuale, mobilitazioni nelle piazze spesso ideologicamente ambigue e strumentali, isterismi para-religiosi, opinioni pubbliche impaurite, il timore di non avere un domani, ma la politica, in quel caso, a dispetto delle contrapposizioni ideologiche esistenti non perse la calma e col tempo dovuto arrivarono prima i trattati di non proliferazione nucleare, poi quelli sul disarmo, sino a far svanire quasi del tutto quella minaccia e quel terrore collettivo. Andrà così anche stavolta perché è così, per fortuna, che funziona il mondo.

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