Alessandro Campi
Alessandro Campi

La forza di chi non teme di perdere il consenso

di Alessandro Campi
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Mercoledì 26 Ottobre 2022, 00:05 - Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 00:43

Eccomi, io sono Giorgia. La ragazza di borgata che ce l’ha fatta, quella che ha cominciato a fare politica in memoria di Borsellino, la prima donna alla guida dell’Italia, quella abituata a stravolgere i pronostici (partendo da sfavorita (l’underdog, come ha detto in inglese). Nel suo discorso d’insediamento alla Camera, in vista della fiducia parlamentare ottenuta in serata con largo margine, la leader di Fratelli d’Italia si è presentata così. Agli italiani, ai suoi interlocutori internazionali, alle opposizioni e ai suoi stessi alleati. Battagliera, determinata, intenzionata a fare ciò che si deve non ciò che si vuole (secondo gli insegnamenti di Giovanni Paolo II) nell’interesse dell’Italia e degli italiani.


Un discorso molto personalizzato, nei toni e nei contenuti. Un modo per dire, anche a chi l’appoggia in Parlamento e nel governo, che intende muoversi in autonomia, senza subire condizionamenti o pressioni esterne. Il capo politico del primo governo politico pienamente rappresentativo della volontà popolare dopo molti anni di commissariamenti tecnico-istituzionali. Salvini è avvertito, Berlusconi anche. 


Il che non toglie che ad entrambi abbia fatto importanti aperture programmatiche. A beneficio della Lega, ha ricordato l’autonomia differenziata (ma pur sempre in un quadro di coesione nazionale) e la lotta all’immigrazione clandestina. A favore del fronte berlusconiano, la battaglia contro lo Stato burocratico e il sostegno al lavoro autonomo. Nel mezzo, ha ribadito con forza sul piano del programma quel che aveva già anticipato in campagna elettorale: la necessità di revisionare il reddito di cittadinanza, la rimodulazione (ma d’intesa con la Commissione europea) dei programmi d’investimento previsti dal Pnrr, la protezione delle infrastrutture strategiche nazionali in una logica di sovranismo politico che investe la tecnologia delle comunicazioni, l’agricoltura, l’industria alimentare e la sicurezza energetica.


Tanta carne al fuoco, negli oltre settanta minuti d’intervento scanditi da continui applausi («qui famo le tre», le è scappato in romanesco), persino troppa. Visto che – come lei stessa ha detto – l’esecutivo appena nato ha un campo d’azione già fissato dalla crisi persistente che attanaglia il Paese: bollette alle stelle, povertà che cresce, imprese che rischiano di chiudere. Servono interventi immediati. Il che significa, ha spiegato, che a causa dell’emergenza e considerate le scarse risorse disponibili, non si potrà fare tutto ciò che s’era promesso. La flat tax, per intenderci, può aspettare. Così come la riforma delle pensioni o altre misure al momento troppe onerose per il bilancio statale. 


Molto attesi erano i passaggi sull’Europa, visto che dalle cancellerie continentali ci guardano con un misto di apprensione e curiosità. Se il sovranismo meloniano è quello declinato nel discorso siamo lontani dal particolarismo nazionalistico che le è stato spesso imputato dagli avversari come una pericolosa regressione. L’Italia – ha detto – deve contare e battagliare “dentro” le istituzioni europee, rivendicando un protagonismo politico che in passato non sempre ha avuto. La sua idea di Europa, definita la «casa comune dei popoli europei», si fonda sul motto «uniti nella diversità».

Un’Europa da riformare nei suoi meccanismi di funzionamento, visto che non funziona come una struttura solidale e cooperativa proprio quando ce ne sarebbe bisogno. Come darle torto? 
La parola più usata nel discorso è stata probabilmente «libertà». Visto che si accusa la destra di essere illiberale e nemica dei diritti, Meloni ha voluto ricordare che «un governo di centrodestra non limiterà mai i diritti dei cittadini» dal momento che proprio la libertà – secondo gli insegnamenti di Montesquieu – è il fondamento di qualunque vita civile e dunque, oggi, della democrazia.


Un passaggio propedeutico a quello sull’eredità del Novecento totalitario. La destra italiana viene certo dal fascismo, ma quel nesso – ha chiarito Meloni – è venuto meno da un pezzo, per scelta politica prima che per ragioni generazionali. Già quella missina era una destra repubblicana, democratica, parlamentare. Nessuna difficoltà dunque a condannare ancora una volta le autocrazie e a giudicare la legislazione anti-ebraica voluta dal regime mussoliniano la pagina più vergognosa della storia italiana. Gli esami per la destra italiana sono finiti o si chiederanno, nel prossimo futuro, nuove abiure e condanne? Forse ieri si è posta la parola fine ai revisionismi strumentali e a senso unico.


Un programma di governo, quello esposto da Meloni, ma anche una sorta di manifesto culturale. L’ecologismo è un tema di sinistra? In realtà, ha ricordato il-la presidente del Consiglio, non c’è amante più sincero della natura di un conservatore. Con la differenza che quest’ultimo vuole difendere l’ambiente con l’uomo dentro e al centro, diversamente da un certo ecologismo ideologico, radicale e a sfondo catastrofista che vede proprio nell’uomo la causa di ogni male. 
Di marca conservatrice anche il richiamo alla famiglia da rimettere al centro dello sviluppo sociale, alla bellezza della genitorialità e al rischio di un regresso demografico che la politica deve contrastare sul piano della mentalità prima che su quello delle politiche pubbliche.


Uno storico cavallo di battaglia della destra, ribadito con forza, è invece da considerarsi il presidenzialismo, ieri declinato sulla base di una proposta chiara: il modello semi-presidenziale francese come garanzia di stabilità istituzionale e di decisionismo politico. Infine, molto culturalmente connotata è parsa anche l’enfasi sul valore dell’italianità: da intendere come modello culturale e sociale, come riserva di bellezza, come stile di vita, come forma storica peculiare.


Due passaggi retorici assai efficaci – e nell’oratoria politica la forza retorica delle parole è tutto – sono stati quelli sulle donne e sui giovani. Ha fatto molti nomi delle prime, tra quelle che nella storia d’Italia hanno avuto il “coraggio di osare” e di sfidare le convenzioni: da Cristina a Samantha, passando per Maria, Grazia, Nilde e molte altre. Un elenco che ha costretto i cronisti a compulsare in tempo reale Wikipedia. Ai secondi ha invece rivolto l’invito ad essere, più che “hungry” e “foolish” secondo il motto celebre di Steve Jobs, soprattutto liberi e politicamente coraggiosi: i loro omologhi hanno fatto l’unità d’Italia, tocca nuovamente ai giovani ricostruire l’Italia e fermarne il declino. Maschilismo e gerontocrazia: due mali storici italiani che la leadership meloniana, quale che sarà il suo futuro, ha avuto il merito storico di mettere a nudo. La sinistra, ieri d’umore cupo sui banchi parlamentari, ancora non l’ha capito.


Ma un passaggio su tutti andrebbe ricordato in conclusione, accanto ai molti temi che sono più scontati in occasione del genere (la lotta alla criminalità mafiosa, il contrasto alla corruzione e alle diseguaglianze, l’eterna questione meridionale ecc.). Laddove Meloni ha detto di non temere, stando al governo, l’impopolarità delle scelte che prenderà. La politica, quella vera e seria, decide sulla base di una visione strategica, non per inseguire facili (e precari) consensi elettorali. Fosse così, dopo decenni di demagogia populista e di scorciatoie istituzionali nel nome di un’inesistente neutralità tecnica, sarebbe davvero una vera rivoluzione, che s’annuncia a parole gentile e sincera, ma vedremo presto nei fatti.

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