Paradosso Italia/ Le regole da rispettare e la strategia che non c’è

Martedì 10 Novembre 2020 di

Nel contrasto alla pandemia la strategia del governo sembra quella di non averne nessuna, salvo la gestione ordinaria ed estemporanea dell’emergenza. E se ce l’ha bisogna ammettere che la tiene ben nascosta.

Che la situazione sia sfuggita di mano e sia dunque gravissima nessuno ormai lo nega. Il sistema di tracciamento dei positivi è sostanzialmente saltato ovunque in Italia. I medici di base non riescono più a fare da filtro tra pazienti e ospedali. I dati diffusi dalle autorità non si capisce quanto siano affidabili e invece di informare e tranquillizzare producono l’effetto contrario: aumentano la confusione e l’ansia. Gli operatori sanitari, ormai da giorni, non fanno altro che denunciare l’avvicinarsi inevitabile del collasso e chiedere un lockdown generalizzato.

Qualcosa, verso la coda dell’estate e nelle settimane successive, è andato decisamente storto rispetto alle previsioni e alle speranze: le discoteche aperte, gli assembramenti serali per l’aperitivo, i ristoranti affollati, i vacanzieri tornati infetti nelle grandi città, le resse sui mezzi pubblici per andare al lavoro o a scuola, il ritorno nelle aule di milioni di ragazzi. Un giorno ci spiegheranno come e perché il virus è ripartito con tale virulenza. 

Ma in questo momento ragionare sulle cause interessa poco. Contano gli effetti e il modo con cui fronteggiarli. Il problema è cosa fare per evitare che i contagi proseguano con l’attuale ritmo. Bastano le chiusure parziali per territori e le fasce orarie e settori di attività (da rimodulare secondo parametri e indicatori prefissati) messe a punto dal governo dopo una faticosa intesa con le Regioni?

L’obiettivo del complesso meccanismo è salvare il salvabile in vista delle prossime festività. Ma siamo sulla strada giusta? Sono sufficienti dei colpetti di freno alla macchina in corsa quando forse sarebbe più proficuo fermare il motore o portarlo al minimo dei giri? Non sarebbe preferibile agire – immediatamente – con divieti drastici a valenza nazionale e, soprattutto, con misure sanzionatorie effettive che ne assicurino la piena osservanza?
Quest’ultimo punto, quello dei controlli e delle sanzioni, merita una particolare attenzione. L’estate di San Martino è stata l’occasione per tornare a riunirsi all’aperto e per concedersi pericolose trasgressioni. Questo giornale ha ieri documento con immagini inequivoche le folle sul lungomare (a Napoli) o nei luoghi dello shopping (a Roma) mentre agli ingressi degli ospedali le ambulanze fanno la fila e i malati vengono curati nelle loro auto per mancanza di posti letto. 

Memore del ridicolo primaverile, quando si inseguivano i runner coi droni, il governo stavolta ha preferito affidarsi a controlli laschi e discreti per non apparire troppo opprimente. Ha scelto la strada – ma quanto utile? – delle raccomandazioni e dei consigli ai cittadini. Ma nell’attuale situazione ci si può basare soltanto sulla virtù dei singoli e sul loro senso civico? Non sarebbe più efficace un sistema di divieti imperativi accompagnato da controlli capillari e dal deterrente di ammende e multe? 

L’idea che si debbano responsabilizzare le persone è giusta in astratto, ma nella contingenza attuale essa sembra nascondere una scelta diversa: rimettere nelle mani degli italiani una responsabilità – quella relativa alla salvaguardia della salute pubblica – che tocca invece alla politica. Quasi che, nel caso la situazione dovesse ulteriormente precipitare, ci si voglia precostituire un alibi del tipo: «La colpa è stata vostra che non avete osservato le nostre raccomandazioni». Ma siamo, appunto, in una situazione che non richiede inviti, esortazioni e suggerimenti, bensì regole stringenti, uniformi e chiare provenienti da un’unica fonte e non derogabili a discrezione o secondo convenienza.

A spiegare l’adozione di quest’atteggiamento vagamente paternalistico, all’insegna del caldeggiare senza imporre, forse concorre la paura che Conte e i suoi ministri si sono presi dopo lo scoppio, in varie parti d’Italia, di proteste e contestazioni. Per non esasperare ulteriormente gli animi, col timore che si accresca lo scontro sociale, si è perciò ritenuto di non eccedere in divieti e chiusure. Peccato solo che un sacrificio non fatto oggi – non imposto dall’alto e non accettato dal basso – rischia di produrne uno più grande e più pesante domani.
D’altronde chi, nella condizione in cui ci troviamo, crede davvero che senza un vero lockdown (di almeno un mese) ci si possa tranquillamente godere il Natale coi parenti? Viene il sospetto che la strategia nascosta del governo, nel tentativo (persino comprensibile) di non creare troppo allarme e di non farsi troppo male sul piano del consenso, sia quella di chiudere ma non troppo, di limitare ma senza esagerare, per poi – dinnanzi ad un quadro nel frattempo peggiorato per colpa, va da sé, dei cattivi comportamenti degli italiani – mettere questi ultimi dinnanzi alla necessità, imposta dalle circostanze, di una nuova e più lunga stretta. 
Una sorta di tirare a campare che, tra una raccomandazione e l’altra, tra un Dpcm e l’altro, rischia però di portarci in questo stato di continuo allarme sanitario dritti a gennaio o febbraio, ben oltre dunque tutte le festività che per definizione sono occasioni intrinseche di contatti e contagi. Ricordate il precedente lockdown? Per riaprire l’Italia si aspettò saggiamente il passaggio di tutte le ricorrenze comandate primaverili. Oggi non si ha il coraggio di dirlo, ma forse si pensa di fare lo stesso, seguendo però una strada obliqua e solo apparentemente meno dolorosa.

Se a Natale vogliamo dunque avere una minima speranza di normalità dobbiamo chiudere tutto e subito quel che può essere chiuso, avendo cura di offrire sostegno temporaneo a coloro che avranno a soffrire da una simile decisione. L’alternativa ad una cura da cavallo della durata di qualche settimana, è quella, ben peggiore, di un tunnel di sofferenze, rinunce e paure destinato a durare mesi. Cosa sceglierà il governo, cosa preferiamo come cittadini?
 

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