Alessandro Campi
Alessandro Campi

Le mosse dei partiti/ La difficoltà a recepire i segnali degli elettori

di Alessandro Campi
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Giovedì 21 Ottobre 2021, 00:10

Alle elezioni regionali francesi del giugno 2021 – dove erano attesi alle urne quasi 48 milioni di cittadini – votò, in entrambi i turni, appena il 35% degli aventi diritto. Cos’era accaduto? Colpa della pandemia (la paura e la pigrizia che spingono a non uscire da casa), disaffezione popolare crescente verso la democrazia, modestia dell’offerta politica, effetto delle proteste di piazza, segnale di malessere legato alla crisi economica, rigetto delle solite oligarchie al potere, indifferenza individualistica verso la cosa pubblica? 
Esattamente le stesse domande che ci siamo fatti in questi giorni in Italia, dove i votanti alla seconda tornata delle amministrative sono stati invece il 44%, quasi dieci punti in più rispetto ai nostri cugini d’Oltrealpe. 
Una magra consolazione, in attesa di comprendere se quella in corso sia solo una congiuntura negativa ciclica (e dunque presto la curva dell’apatia s’invertirà, come alcuni sperano) o se invece esista una soglia di non partecipazione al voto oltre la quale la legittimità di un sistema democratico comincia pericolosamente a vacillare (soglia probabilmente già raggiunta, come altri temono). 


Sono domande sulle quali osservatori e studiosi si stanno scervellando, nel timore (serie storiche alla mano) che la presenza di un alto (e crescente) astensionismo sia in realtà un dato strutturale e non facilmente reversibile in molte democrazie contemporanee, ma che sembrano destinate a restare senza risposta da parte di chi più di altri dovrebbe darle: quei partiti che di consenso popolare per definizione vivono e di non-consenso fatalmente rischiano di morire.


Si saranno fatti un’idea – sia quelli che hanno vinto, sia quelli che hanno perso – del perché non li votano più nemmeno i loro simpatizzanti dell’altro ieri? E’ solo un problema occasionale di candidature più o meno credibili e di programmi spesso un po’ troppo vaghi e aleatori, dunque di errori tattici facilmente riparabili alla prossima occasione, o si è rotto qualcosa nel meccanismo della fiducia che dovrebbe legare i cittadini ai loro rappresentanti nelle istituzioni? E’ una questione di comunicazione risultata sbagliata nei toni e nelle formule, di messaggi elettorali poco chiari, o di vera e propria incomunicabilità come capita tra soggetti che parlano lingue diverse e abitano territori distanti?


Purtroppo, l’impressione di queste ore è che i destinatari del dissenso non abbiano ancora ben compreso il messaggio inviato loro dall’esercito dei non-elettori. Basta guardare alla soluzione che i partiti, come se niente fosse, stanno approntando in vista della prossima scadenza delle elezioni politiche: la creazione di alleanze politico-elettorali allargate a dismisura con l’obiettivo di raccattare quanti più voti possibile.
Una risposta in chiave banalmente quantitativa per affrontare una situazione di crisi che nel caso italiano sembra avere, dal punto di vista dei partiti, una natura almeno triplice. Innanzitutto istituzionale, nel senso che abbiamo in questo momento un sistema dei partiti sostanzialmente commissariato da un esecutivo a guida tecnica; un sistema sul quale, a causa delle sue inadempienze e fragilità interne, gli ultimi Capi dello Stato hanno dovuto esercitare una costante azione di vigilanza e supplenza. 


C’è poi l’aspetto qualitativo e progettuale di questa crisi, nel senso che le ricette offerte dai partiti non sono evidentemente giudicate credibili dal grosso dell’opinione pubblica, ovvero risultano oggettivamente inadatte (perché generiche, propagandistiche o irrealistiche) rispetto ai problemi che l’Italia e gli italiani si trovano ad affrontare. 
Infine, c’è un problema, per così dire, di rappresentatività in senso politico-esistenziale, dal momento che sempre più italiani tendono a riconoscersi nel non-politico Draghi invece che nei partiti che (giocoforza) lo sostengono. E ciò nella convinzione – che da sola basterebbe a spiegare gli alti livelli d’astensionismo che si sono registrati domenica scorsa – che il primo abbia in mano le leve della politica reale e decida sulle cose importanti, mentre i secondi si limitano a fare chiacchiere senza costrutto.
Rispetto a questo quadro, che consiglierebbe ben altre soluzioni e strategie, la preoccupazione principale della sinistra e, in particolare, del Pd lettiano – in questa fase assai pimpante – appare invece quella di costruire un cosiddetto “campo largo”: inclusivo (parola oggi magica) di tutto ciò che possa anche solo lontanamente apparire progressista o, più prosaicamente, anti-destra. Dai grillini a Calenda, dagli europeisti radicali alla sinistra radicale, dai renziani (non particolarmente amati, ma bisogna impedire che trasmigrino altrove) a quel che sopravvive del vecchio socialismo, dai liberali purché riformisti fino alla galassia dei movimenti sociali d’ogni colore e tendenza. Tutti insieme per vincere. Quanto a governare il Paese con una simile coalizione-arlecchino, peraltro più facile da costruire sui territori che a livello nazionale, si vedrà.


Non diversamente si sta ragionando nel centrodestra, in questo momento certamente più afflitto e depresso a causa del pessimo risultato nelle urne. Per tornare ad essere competitivi – pensano i suoi capi – non basta ricompattare la storica alleanza fra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, ma aggregare tutto l’aggregabile partendo soprattutto dal centro: questa sorta di luogo magico della politica italiana dove talvolta sembrano esserci tanti elettori (potenziali) quante sigle (reali).
Anche in questo caso andrà bene tutto pur di vincere: dai cacicchi meridionali anti-sinistra (quelli anti-destra staranno ovviamente nell’altra coalizione) alle liste civiche dei moderati senza partito, dagli ex-democristiani in servizio permanente effettivo ai socialisti craxiani ancora a lutto, dai liberali-liberisti ai leghisti dissidenti, dai cani sciolti della destra agli ex-berlusconiani nel frattempo messisi in proprio. Anche in questo caso, l’importante sarà vincere, mica governare.


Sennonché proprio l’eccessiva eterogeneità ideologico-programmatica delle coalizioni o alleanze è stata, soprattutto nei primi due decenni di vita della cosiddetta Seconda repubblica, la principale causa di ingovernabilità del Paese e, di conseguenza, la ragione della delegittimazione che ha investito l’intero sistema dei partiti. Le alleanze hanno senso politico e funzionano se rispondono ad una visione strategica condivisa e se, anche all’interno della propria area, si trova il coraggio di stabilire dei limiti o confini. Diversamente sono dei caravanserragli opportunistici: non servono a governare, si spaccano alla prima occasione e finiscono per meritarsi il risentimento dei cittadini. 
Così come per l’Italia politica è stato un serio problema il succedersi di governi – come tutti quelli che abbiamo avuto nella suddetta Seconda Repubblica dal 2011 ad oggi (Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte 1 e 2, Draghi) – composti da forze politiche che durante la campagna elettorale non solo non erano state alleate, ma anzi si era dichiarate come inconciliabili e alternative per via dei rispettivi programmi. Che fiducia si può avere in partiti che prima si combattono senza esclusione di colpi e poi si ritrovano insieme nella stessa maggioranza? Anche in questo caso c’è un problema di limiti o confini che la politica (dunque le forze politiche) si deve sempre dare per risultare credibile.
Insomma, il problema dei partiti italiani non è, in questa fase storica, raccattare sulla base di alleanze tattiche e occasionalistiche i voti di tutti coloro che ancora votano, ma provare a recuperare prima la fiducia, poi eventualmente anche il consenso, di tutti quelli che hanno smesso di votare o che, pur avendo appena votato, potrebbero non farlo la prossima volta. E per farlo debbono scegliere: con chi stare, sulla base di valori e programmi coerenti, per fare cosa, sulla base di obiettivi credibili e realistici.

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