Luca Diotallevi
Luca Diotallevi

Il nuovo governo/ La credibilità che può garantire un programma

di Luca Diotallevi
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Domenica 2 Ottobre 2022, 00:16

Il risultato elettorale di Domenica è di una evidenza indiscutibile. Il centro-destra ha vinto: in voti e in seggi. Il significato “politico” del voto è talmente chiaro da rendere  sospetto ogni tentativo di spiegazione. Il comportamento elettorale, però, come ogni scelta umana, ha una pluralità di dimensioni. Ogni volta che ci concentriamo su una sola di queste dimensioni, rischiamo di non vederne altre, che pure hanno un peso. Vale allora la pena indagare una dimensione – per dir così – “socio-politica” del voto. Se il tentativo riesce, il significato “politico” del voto non cambia, ma acquista qualche ulteriore grado di chiarezza. L’indizio utile ce lo offre una apparente contraddizione. I sondaggi che annunciavano la vittoria del centro-destra ed il successo di Giorgia Meloni rilevavano anche il largo consenso del presidente Draghi.

Domanda: come è possibile che dal voto sia uscita vincitrice una coalizione guidata dalla leader dell’unica forza di opposizione ad un governo il cui operato era tanto apprezzato? Naturalmente una parte importante di elettori o stava in un “universo” o nell’altro. Tuttavia un’altra parte di elettori stava in entrambe gli “universi” ed è stato il voto di questi ultimi a decidere l’esito delle elezioni. È qui, in un punto più “socio-politico” che esclusivamente “politico”, c’è qualcosa che può essere utile capire. Cavarsela incolpando gli italiani di “schizofrenia” sarebbe miserevole e presuntuoso. Un esempio potrebbe aiutarci a sciogliere questa apparente contraddizione. Provate a prendere un giovane qualsiasi e fategli una domanda: “Alla fin fine, a chi vuoi più bene al mondo?”. È facile prevedere che nella maggioranza dei casi la risposta del giovane sarà “a mamma”. Prendete ora lo stesso giovane e fategli una domanda diversa: “Con chi vorresti andare in vacanza?”. È facilissimo prevedere che la risposta non sarà “con mamma”. Quel giovane non è matto né dissociato. Quel giovane è una persona normalissima che dà risposte diverse a domande diverse.

Ora, in politica, l’equivalente della domanda è la campagna elettorale. In campagna elettorale la domanda la fanno i partiti agli elettori: ovvero ne chiedono il voto. Il voto non ha una essenza metafisica, non ha un significato socio-politico obbligato. Infatti, semplificando, puoi chiedere il voto per ragioni di identità e di contrapposizione ad altra identità, oppure puoi chiedere il voto per ragioni di programma. Non c’è da stupirsi se dagli elettori si otterranno risposte a seconda della domanda che si farà loro. Dato che – semplificando – in ogni campagna può essere posta una sola domanda, dalle urne si può ottenere una sola risposta: la risposta alla domanda che è stata fatta e non la risposta alla domanda che non è stata fatta. E qui entra in gioco il Pd, il principale competitor del centro-destra ed il potenziale perno di ogni alleanza nel centro-sinistra. Ricordate i manifesti del Pd? Un campo rosso (il bene) contrapposto ad un campo nero (il male). Evidentemente si è trattato di un potente invito ad una scelta affettiva: identità contro identità. Il fatto è che se nel 2022, e non solo in Italia, si pone una domanda del genere, la riposta più probabile è una risposta anti-establishment e dunque, in Italia, una risposta anti-Pd.

Il Pd pur di muoversi in questa direzione non si è fatto scrupolo di contraddire tutti i suoi elementi costitutivi: ha dato vita ad una alleanza elettorale invece che programmatica, ad una alleanza talmente strumentale da non avere neppure un nome né prevedere un leader, ad una alleanza il cui unico fine era quello di far perdere l’avversario, in barba al diritto degli italiani ad avere un governo e in aperta contraddizione con l’originario profilo riformista dello stesso Pd. Certo, il Pd nella maggioranza Draghi era finito per caso, avendo cercato sino all’ultimo di formare un terzo governo Conte. Poi, però, nella maggioranza Draghi si era comportato con diligenza, non mostrando insofferenze minimamente paragonabili a quelle degli altri partner (a cominciare da Lega e M5S). Sicché il Pd di Letta, invece di sfruttare l’apprezzamento per il governo Draghi, nei fatti ha considerato questo una parentesi, ed è andato a giocare sul terreno a lui sfavorevole (quello della identità per contrapposizione ad altra identità). In questo modo, non solo ha perso, ma ha travasato voti a chi nel centro-sinistra aveva assunto una posizione più chiara: vuoi in termini programmatici (Calenda-Renzi) vuoi in termini identitari ancora più marcati (Fratoianni e Conte). Se a questo aggiungiamo che la leader di FdI, Giorgia Meloni, su argomenti decisivi (dalla guerra al no allo scostamento di bilancio ed a misure di mero assistenzialismo) ha saputo ridurre la propria distanza dalla “agenda Draghi”, il gioco è fatto.

Il Pd e Letta hanno giocato su di un campo, quello per loro più difficile; al contrario il centro-destra, FdI e la Meloni hanno potuto giocare e vincere sul terreno loro oggi più favorevole ed hanno fatto anche qualche buona mossa su quello per loro più difficile e lasciato sguarnito dal Pd. Forse, come tra le due risposte del giovane del nostro esempio, anche nel caso del risultato delle elezioni di domenica la contraddizione tra vittoria della Meloni e largo consenso per Draghi è forse solo apparente. È vero che al centro-sinistra è mancata l’unità che il centro-destra ha mostrato, ma chi avrebbe creduto ad una unità che andava da Cottarelli a Fratoianni, da Calenda a Conte? In assenza di un minimo di credibile coerenza programmatica, l’elettore fiuta al volo che quella che viene esibita è una unità falsa, di facciata. La regola resta sempre la stessa: l’unità non produce programmi, solo un programma produce una unità credibile. È dai tempi dei “progressisti” di Occhetto che il centro-sinistra prova a violare questa regola, rompendosi la testa ogni volta – nella maggior parte dei casi subito, altre volte dopo qualche mese grazie al Bertinotti di turno.

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