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Luca Diotallevi
Luca Diotallevi

Verso le urne/ Italia Centrale, un serbatoio di consenso per i partiti

di Luca Diotallevi
5 Minuti di Lettura
Martedì 2 Agosto 2022, 01:20

Basta un’occhiata per rendersene conto. In Italia Centrale, nel “quadrato” che ha per vertici Lucca, Pesaro, Pescara e Roma, si colloca la più alta concentrazione sia di collegi elettorali non “blindati” sia di quelli “contendibili”. In molte parti del Sud e del Nord la campagna elettorale avrà poca storia, al Centro no. Nella maggior parte dei casi - tra Lucca, Pesaro, Pescara e Roma - l’esito delle elezioni è ancora tutto da decidere. 
Se il centrodestra vuole vincere bene, deve vincere anche qui. Se il centrosinistra vuole accorciare le distanze o ridimensionare l’avversario, è qui che deve cercare di vincere.
Già questo basterebbe a giustificare in questa campagna elettorale una attenzione all’Italia Centrale maggiore del solito. Una volta non era così. Nel Centro Italia c’era molta della fu “zona rossa”; il resto era saldamente in mano alla Dc e poi al centrodestra. La contendibilità politica dell’Italia Centrale dice quanto il nostro Paese è cambiato, e dice chiaramente anche quanto l’Italia Centrale è una finestra, anzi, una porta d’ingresso privilegiata all’Italia di oggi, ai suoi drammi ed alle sue potenzialità. 
Tuttavia, mentre in mesi di costante attenzione su queste colonne alla “questione Italia Centrale” istituzioni accademiche e forze socio-economiche hanno contribuito ad approfondire il tema, molto meno lo ha fatto la politica (salvo lodevoli eccezioni).
Ora, in vista di elezioni politiche e di fronte ad un centro Italia largamente contendibile sarebbe davvero il caso che la disattenzione venisse colmata. Ora, centrodestra e centrosinistra avrebbero tutto l’interesse ad avanzare proposte sistemiche insieme a qualche nome coerente.
Delle dimensioni demografiche dell’Italia Centrale e del suo Pil s’è detto più volte e nel dettaglio. Egualmente del concreto e gravissimo rischio che essa corre di deperire e di sganciarsi definitivamente dalle aree dinamiche del Paese e dell’Europa. 
Le potenzialità turistiche e culturali del centro Italia sono tanto note da non richiedere neppure una parola in più. I densissimi valori ambientali sono tanto noti quanto scarsamente valorizzati e prima ancora tutelati: dal verde diffuso alla ricchezza (per quanto ancora?) di acque (ed anche di acque pregiate). Al contrario, spesso si trascura il patrimonio industriale di quest’area. La collettività nazionale non ne è messa al corrente e la politica non la mette in agenda. Non così gli imprenditori: si pensi, per far solo un esempio, alla scommessa di Arvedi sul futuro dell’acciaio ternano.
Al groviglio di crisi e di potenzialità dell’Italia Centrale manca ancora il contributo della politica nazionale. Non della politica locale: molti sono qui gli amministratori che con coraggio tentano strade nuove, strade che passano anche per la aggregazione di municipalità spesso dalle dimensioni ridicolmente minute. 

Sarebbe utile all’intero Paese che centrodestra e centrosinistra in campagna elettorale proponessero ciascuno due o tre “idee forti” e qualche nome credibile e “dedicato”. Tutta la competizione crescerebbe di valore e di interesse.
Il primo dei temi da toccare sarebbe quello del ruolo geopolitico dell’Italia Centrale. La sua tenuta civile ed economica determina il lato sud “reale” della Ue. (Intendiamo lasciare che l’Europa “reale” si ritragga oggi alla linea del Po e magari domani alle Prealpi?)
Per presidiare la tumultuosa area mediterranea, alla intera Ue serve un’Italia Centrale vitale, ed anche al nostro Mezzogiorno serve che l’Italia Centrale sia un ponte solido e trafficato e non un fossato invalicabile. Logistica ed infrastrutture sono i nodi che per primi si impongono: alta velocità di rete (a cominciare dalla Roma-Civitavecchia/Ancona e poi finalmente una Firenze/Pescara per completare la “X”), porti rinnovati e dinamici, pochi ma moderni aeroporti, fibra superveloce tendenzialmente ovunque. Occorre spendere al meglio i fondi Pnrr, ma occorre anche non illudersi che bastino. Occorre pensare ad economie di scala e specializzare ricerca e alta formazione: cercare di coprire tutte le nicchie è uno spreco, non lo è cercare di eccellere in alcuni settori (anche nuovi).
Ancora. Fare i conti con l’Italia Centrale significa fare i conti con il nodo delle “città medie”. Se diamo loro un futuro, un posto in un mondo fatto innanzitutto di global cities, diamo un futuro all’Italia ed a tanta parte dell’Europa nella quale tanto del tessuto urbano ha questa forma e questo spessore. 
La crisi post-pandemica dei grandi centri urbani non va festeggiata, ma deve essere colta. L’impresa è ardua, ma tutt’altro che impossibile. L’Italia Centrale può diventare un laboratorio avanzato italiano ed europeo per una rete ultramoderna di “città medie”. (Perché non sperimentare qui in modo intenso le possibilità delle “autostrade” per i droni?)
E poi Roma. Solo in un contesto rivitalizzato la Capitale può realisticamente provare a diventare una global city. In questa prospettiva Giubileo e, sperabilmente, Expo saranno davvero eventi “glocali” e non appuntamenti da “strapaese”. L’analogo, in scala, vale per Firenze.
Infine. Se la coalizione vincitrice il 25 settembre avesse già pronto un pacchetto di politiche per l’Italia Centrale, sarebbe opportuno che al pacchetto dedicasse non un ministero, ma una articolazione operativa della presidenza del Consiglio che funzionasse da interfaccia tra la politica nazionale ed una rete di città medie al cui servizio agiscano agenzie regionali a geometria variabile.
Al Paese nuoce un’Italia Centrale dimenticata, all’Italia Centrale fa male andare in ordine sparso.

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