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Carlo Nordio
Carlo Nordio

Gli italiani e le tasse/ La giungla di cavilli che favorisce l'evasione

di Carlo Nordio
4 Minuti di Lettura
Sabato 4 Giugno 2022, 00:01

Quando, esattamente 40 anni fa, fu promulgata la cosiddetta legge delle “manette agli evasori”, le reazioni furono generalmente di plauso entusiasta. Si disse che, in una democrazia evoluta, chi non paga le tasse non è un furbetto da comprendere ma un ladrone da punire, perché sottrae alla collettività delle somme dovute. Aggiungendo, con la consueta litania omiletica, che nei democraticissimi Stati Uniti - una volta tanto presi ad esempio - persino Al Capone era stato incarcerato per questo infamante delitto. E proseguendo, nel più perfetto stile manettaro, che solo la galera può costituire un efficace deterrente al crimine. Tanto più, si concludeva, che questa innovazione manifestava un segnale democratico e anticlassista, mandando in prigione non più solo i “poveri cristi”, ma anche i colletti bianchi, proprietari di barche, ville e fuoriserie che vivevano da nababbi con denunce di redditi da mendicanti. Alcuni esperti del settore, compreso chi scrive, obiettarono sommessamente che se il principio in sé era buono e giusto, la sua applicazione pratica sarebbe stata difficile e puramente platonica. Prima di tutto perché il reato, vista la complessità della normativa tributaria, non era di facile accertamento; in secondo luogo perché l’efficacia deterrente della pena è assai dubbia in quanto il delinquente, sia esso evasore, assassino o rapinatore, pensa sempre di farla franca.

E infine perché il nostro sistema penale che già allora dava segni di pericoloso cedimento, era così intasato da rendere quasi impossibile non solo l’irrogazione della pena ma soprattutto la sua concreta esecuzione. In altre parole il nostro sistema era, ed è, congegnato in modo tale che tanto è facile entrare in galera prima del processo, da presunti innocenti, quanto è facile uscirne dopo la condanna da colpevoli conclamati. 

È, per incidens, una delle ragioni per le quali sosteniamo il referendum sulla custodia cautelare. Ed in effetti dal lontano 1982 sono state indagate decine di migliaia di persone, ma solo una percentuale esigua è stata condannata, e quasi nessuna è finita materialmente in manette. Come al solito, la montagna ha partorito il topolino. 

Ora questa conferma ci arriva da una fonte autorevole. L’altro ieri il direttore dell’Agenzia delle entrate, Ernesto Maria Ruffini, ha affermato che «diciannove milioni di evasori, di cui sappiamo tutto, sono iscritti a ruolo, per un debito totale di 1100 miliardi e un’aspettativa di riscossione di poche decine». «Infine - ha aggiunto l’autorevole dirigente - la pena detentiva per chi non paga le tasse non mi ha mai convinto. Preferisco farlo lavorare finché non paga la collettività».

Non sappiamo se l’intenzione del direttore fosse quella di certificare l’impotenza della legge penale, o di auspicare l’incremento del flusso fiscale piuttosto che quello carcerario. Resta il fatto che, sotto entrambe le prospettive, i rispettivi sistemi si sono rivelati fallimentari, perché nessuno dei due obiettivi è stato raggiunto: gli evasori continuano a restare impuniti, e lo Stato continua a perdere un sacco di introiti. Il che ci conduce a considerare le ragioni di questo duplice fallimento. 
Di quello penale abbiamo qui discusso, e discuteremo ancora a lungo. E’ un sistema sfasciato dalla lunghezza dei processi, dall’arbitrarietà dell’azione dei Pm, dall’invasività delle intercettazioni, dall’abuso della custodia cautelare e più in generale dalla mancata attuazione del processo accusatorio previsto dal codice Vassalli nel 1989. Ma il sistema tributario non se la cava tanto meglio, anzi, per certi aspetti è anche più demenziale. Esso infatti divide i cittadini in due categorie. La prima è quella dei lavoratori e pensionati a reddito fisso, gravati da aliquote altissime, irragionevoli e immodificabili. Pagano fino all’ultimo centesimo non perché siano più onesti, ma perché non possono fare altrimenti. La seconda invece è quella dei lavoratori autonomi, che peraltro sono vessati da una normativa incomprensibile, stravagante, ingarbugliata e contraddittoria, sedimentatasi nel tempo con interventi occasionali, cosicché ottemperando a una norma devono violarne un’altra. 
Nessun imprenditore, nemmeno assoldando schiere di commercialisti con l’intenzione di pagare le imposte fino all’ultimo centesimo, può in realtà dormire sonni tranquilli: qualche violazione, magari formale, si troverà sempre. 

Questo non è, ovviamente, un alibi per l’evasione. Ma è un depotenziamento del senso del dovere civico, perché il contribuente, esasperato dall’impossibilità di ubbidire a queste norme bislacche e bizantine, è portato a ignorarle, o comunque ad accettare il rischio di una loro violazione. «Perché - ci si chiede - dovrei pagare fior di consulenti e montagne di tasse, quando un domani, se arriva un accertamento, sarò comunque soggetto a lunghe verifiche e a un’inevitabile sanzione?». Questa è la domanda che mi sono sentito rivolgere in quaranta anni di indagini sui reati tributari. Ed è a questa domanda che lo Stato, e non il dottor Ruffini, dovrebbe rispondere.

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